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Favor vitae e medicina. L’uomo al centro Intervento di Giovanni Stelli

10 Dic, 2025
di Vincenzo Silvestrelli

Sommario: 1. L’aborto come “diritto umano”. – 2. L’eutanasia come soluzione “sociale”: meno cure (non solo palliative);  2.1. Chiede un montascale, le offrono il suicidio assistito;  2.2. Suicidio assistito in patria, cure all’estero. – 3. La nuova medicina ovvero l’antimedicina. – 4. La parabola dell’autodeterminazione: mito e realtà; 4.1. Non voglio vivere! Voglio morire!; 4.2. Non voglio morire! Voglio vivere!  – 5. Per finire: riproposizione  dell’antropologia classico-cristiana.

Convegno sanità e aree interne Umbria  Costacciaro (Pg), Sala San Marco Sabato 6 dicembre 2025, ore 9.00-13.00

 L’aborto come “diritto umano”  

La discussione sulla questione dell’aborto è arrivata per così dire al capolinea. È infatti evidente che se l’aborto è un diritto umano universale, così come lo sono i diritti alla vita, alla libertà e alla proprietà, sanciti dai teorici del liberalismo classico, non ha senso opporre a tale diritto universale, e così limitarlo, un diritto particolare all’obiezione di coscienza. Un’obiezione di coscienza sarebbe forse possibile nei confronti del diritto alla libertà?!  È interessante rilevare che in genere non viene presa in considerazione la contraddizione che sussiste tra il cd diritto all’aborto e il diritto alla vita. La questione viene elusa, supponendo, più o meno implicitamente, che il feto abortito (anche a gravidanza inoltrata) non sia un essere umano, ma qualcosa come un “grumo di cellule”. Questo assunto, per quanto antiscientifico, consente di evitare di porre il problema che metterebbe ovviamente in questione che sussista un diritto all’aborto e che tale diritto sia un diritto umano universale. . Le associazioni professionali dei medici in linea generale hanno accettato l’impostazione filosofica che ha portato al cd diritto all’aborto. Ed è anche evidente la tendenza ad eliminare del tutto la possibilità dell’obiezione di coscienza, cominciando a squalificarla sul piano morale. In Italia, infatti, la Consulta di Bioetica ha avviato la campagna intitolata “Il buon medico non obietta. Rispetta la scelta delle donne di interrompere la gravidanza”. Dopo aver riconosciuto la legittimità dell’obiezione di coscienza, così come definita dalla legge 194, la Consulta sostiene, con sprezzo della logica, che il fatto di difendere il valore dell’autonomia e della libertà personale non comporta necessariamente l’accettazione del diritto all’obiezione di coscienza. […] Non c’è contraddizione del resto nell’affermare che l’autonomia e l’integrità rappresentano valori irrinunciabili e sostenere che per promuovere il benessere generale e la tutela dei diritti fondamentali dei singoli cittadini (ad es. alla salute) è giusto che lo stato limiti gli spazi di scelta dei singoli all’interno delle professioni.

Non ci sarebbe insomma contraddizione tra il considerare un  valore irrinunciabile e sostenere che ad esso si può rinunciare!

Questa rinuncia si renderebbe necessaria a causa del gran numero di obiettori. Infatti “[i] ginecologi obiettori sono ormai più dell’80% e l’obiezione di coscienza cresce anche tra gli anestesisti e le ostetriche superando ormai abbandonamento il 50 % e per le donne diventa ogni giorno più difficile riuscire a interrompere la gravidanza”. Di conseguenza sarebbe “arrivato il momento di scegliere se tutelare l’autonomia del professionista sanitario (e quindi, del ginecologo, dell’anestesista o dell’ostetrica) oppure schierarsi dalla parte delle donne e della loro battaglia per la libertà e i diritti”. La scelta per la Consulta di Bioetica è ovvia: “il buon medico non è quello che non pratica le interruzioni di gravidanze ma quello che sta vicino alla donna e non la lascia sola in un momento difficile”, praticando appunto l’interruzione di gravidanza!

Per Medici del mondo, organizzazione medico-umanitaria internazionale fondata nel 1980, “che lotta instancabilmente per difendere un sistema sanitario equo e universale”, in cui è compresa la “salute sessuale e riproduttiva”, il diritto all’aborto è fuori discussione, anzi è un “diritto fondamentale”:

le difficoltà nell’accesso all’aborto e la negazione di questo diritto fondamentale hanno importanti ripercussioni sulla salute mentale: al contrario, le donne che hanno interrotto una gravidanza indesiderata, nella maggior parte dei casi, non provano rimpianto, dolore né tantomeno disturbo da stress post-traumatico, ma sollievo, con ben il 99% delle donne che ha dichiarato che l’interruzione di gravidanza è stata la decisione giusta.

L’associazione punta il dito contro l’Italia a causa dell’elevato numero di obiettori e anche per il numero relativamente basso di IVG effettuate farmacologicamente rispetto ad altri paesi europei. Omettendo qualsiasi informazione sui possibili effetti secondari dell’aborto farmacologico, Medici del mondo sottolinea il vantaggio economico che il metodo farmacologico presenterebbe rispetto a quello chirurgico e riprende i dati forniti da radicali dell’Associazione Luca Coscioni:

Oltre che meno invasivo, il metodo farmacologico comporterebbe un grosso risparmio per la sanità: secondo le stime dell’Associazione Luca Coscioni, considerando i rimborsi che la Regione dà alle varie aziende sanitarie e alle varie strutture per le diverse procedure, in media il rimborso per una IVG chirurgica è di circa 1.100 euro, mentre per quella farmacologica con il ricovero è di circa 209 euro ad accesso (418 euro in totale, considerato che gli accessi devono essere almeno due). Per quella farmacologica in regime ambulatoriale è di 36 euro a farmaco, quindi circa 72 euro per le due pillole.

  1. L’eutanasia come soluzione “sociale”: meno cure (non solo palliative)

 

Gli Stati “all’avanguardia” nella pratica dell’eutanasia, ovvero del suicidio di Stato assistito, sono, come è noto, Canada, Belgio, Nuova Zelanda, Olanda, Australia. Ma la tendenza sembra inarrestabile.

I Paesi Bassi sono stati nel 2002 il primo Paese a legalizzare l’eutanasia. E gli effetti negli anni si sono visti. Tra il 2012 e il 2021, un periodo di 10 anni, sono state circa 60.000 le persone eliminate tramite eutanasia. In questo lasso di tempo, 39 sono stati i pazienti uccisi che presentavano disabilità intellettiva o autismo. Si noti che i motivi per richiedere il suicidio assistito includevano e includono motivi di tipo meramente psicologico, come «isolamento sociale e solitudine (77%), mancanza di resilienza o strategie di coping [strategie mentali e comportamentali per fronteggiare i problemi] (56%), mancanza di flessibilità (pensiero rigido o difficoltà ad adattarsi al cambiamento) (44%) e ipersensibilità agli stimoli (26%)».

I casi includevano cinque persone di età inferiore ai 30 anni che hanno citato l’autismo come l’unica ragione o uno dei principali fattori che le hanno spinte a chiedere l’eutanasia. Tra questi casi c’era anche quello di un giovane di 20 anni. Nella sua scheda si poteva leggere che «il paziente si era sentito infelice fin dall’infanzia», che era regolarmente vittima di bullismo e che«desiderava contatti sociali ma non era in grado di connettersi con gli altri». Questo paziente ha scelto l’eutanasia perché ha ritenuto che «dover vivere in questo modo per anni sarebbe stato un abominio». Facile pensare che anche chi non è autistico potrebbe vivere questi stessi disagi esistenziali e quindi chiedere di farla finita per mano del medico. Ricordiamo che in Canada, nel 2023, ben 15.343 persone sono morte per eutanasia o suicidio assistito, pari al 4,7% di tutti i decessi nell’anno.

Riportiamo due storie “canadesi” tra le tante che si potrebbero raccontare: la storia di Christine Gauthier e quella di Jennufer Brady.

2.1. Chiede un montascale, le offrono il suicidio assistito

La campionessa paralimpica Christine Gauthier, che ha perso l’uso delle gambe nel 1989 nel corso di un grave incidente durante un addestramento militare, ha raccontato di essersi rivolta al Dipartimento di competenza per chiedere l’installazione di un ascensore per sedie a rotelle nel suo appartamento, ossia di un montascale, e di aver ricevuto una lettera di risposta in cui le veniva detto: “‘Se è così disperata, signora, possiamo offrirle l’assistenza medica per morire’! Ho pensato qualcosa tipo ‘Non posso credere che lo farai davvero, mi darai un’iniezione per aiutarmi a morire ma non vuoi darmi gli strumenti di cui ho bisogno per vivere meglio’. È stato davvero scioccante sentire quel tipo di commento”. È per questo motivo che ha deciso di denunciare. E non si tratterebbe di un caso isolato. Altri cinque veterani sembrerebbero aver subito il medesimo trattamento. Il primo ministro Justin Trudeau, da parte sua, ha definito quanto accaduto “assolutamente inaccettabile” e ha annunciato che si stanno “portando avanti le indagini e modificando i protocolli”, ma da quando la cosiddetta “Assistenza medica nel morire” (Maid) è legale ossia dal 2016, c’è una crescente pressione sui pazienti più vulnerabili perché pongano fine alla loro vita con la morte di Stato, anziché “pesare” sulla sanità pubblica.

2.2. Suicidio assistito in patria, cure all’estero

 Protagonista della vicenda è una donna della Nuova Scozia, Jennifer Brady, 47 anni, con due figli a casa, che nel giugno 2024 aveva presentato domanda per accedere al suicidio assistito, dopo non essere riuscita a ottenere le cure necessarie per il linfedema (una malattia cronica dovuta all’accumulo di liquidi nei tessuti) di cui soffre. Allora, dopo aver atteso anni e dato fondo ai suoi averi per curarsi all’estero, Jennifer si era arresa perché non era riuscita a ottenere un’impegnativa per essere curata fuori dalla sua provincia d’origine, così da ricevere il trattamento che in Nuova Scozia non erano in grado di darle. La svolta nell’autunno 2024, quando la donna ha vinto una causa contro il Dipartimento della Salute della Nuova Scozia, e il premier Tim Houston si è scusato con lei, promettendo che la provincia avrebbe pagato le sue future cure. Finalmente, nel luglio di quest’anno, Jennifer si è potuta sottoporre a un intervento chirurgico in un ospedale del New Jersey, che per lei ha significato un notevole miglioramento fisico e anche psichico (era depressa). La donna ha quindi ritirato la sua domanda per il suicidio assistito. Una storia con un lieto fine, arrivato però dopo 6 anni di battaglia legale. Altri sarebbero già al cimitero.

 

Il ricorso al suicidio assistito è ormai presentato senza remore in Canada come una alternativa alle cure palliative e al sistema degli hospices. Come riportato da Alexander Raikin in un articolo del 2023 intitolato How Death Care Pushed Out Health Care (Come l’assistenza alla morte ha soppiantato l’assistenza sanitaria), Stefanie Green, una dirigente della Canadian Association of MaiD Assessors and Providers (CAMAP), organizzazione finanziata dal governo federale del Canada al fine (nota bene) di formare medici e infermieri nella pratica dell’eutanasia, aveva sostenuto che l’opposizione degli hospice all’eutanasia sarebbe stata prima o poi superata. Il che sta avvenendo: nel 2017 l’isola di Vancouver, per esempio, poteva contare su un ospedale (cattolico) e quattro posti letto in un hospice; sei anni più tardi sulla stessa isola non c’erano più spazi liberi dalla Maid.

 

Il caso del Canada dimostra la vera funzione dell’eutanasia: risparmiare sulle cure palliative (e sulla relativa ricerca) e, più in generale, sull’assistenza ai più deboli. Una dottoressa, già direttrice di una clinica per le cure palliative, ha spiegato a Raikin di aver dovuto lasciare il lavoro perché la legalizzazione di eutanasia e suicidio assistito ha reso «semplicemente troppo difficile esercitare la professione medica qui». Anche un altro medico, Mark D’Souza, ha lasciato le cure palliative per la “contaminazione” della Maid, spiegando: «Stiamo letteralmente facendo del male, anche se sotto le spoglie

della compassione».

  1. La nuova medicina ovvero l’antimedicina

La “nouvelle vague” della medicina eutanasica è fondata sulla negazione-capovolgimento del Giuramento di Ippocrate: “Non somministrerò ad alcuno, neppure se richiesto, un farmaco mortale, né suggerirò un tale consiglio; similmente a nessuna donna io darò un medicinale abortivo.” Nella versione moderna del Giuramento si dice: “Giuro […] di perseguire la difesa della vita […] [e] di non compiere mai atti finalizzati a provocare la morte”. Ma la nuova medicina percorre una strada del tutto diversa: suggerisce e consiglia farmaci mortali e provvede a somministrarli.

una […] donna canadese, Allison Ducluzeau, residente a Victoria, […] nell’ottobre 2022 aveva cominciato ad avvertire dolore addominale, primo sintomo di quello che si sarebbe poi rivelato un tumore. Indirizzata a un chirurgo di BC Cancer, l’agenzia della Columbia Britannica per il trattamento del cancro, si era sentita dire: «La chemioterapia non è molto efficace con questo tipo di tumore … funziona solo nel 50% circa dei casi per rallentarne la progressione. E la sua aspettativa di vita sembra essere compresa tra i due mesi e i due anni». Il chirurgo le aveva poi chiesto se desiderava accedere all’eutanasia, consigliandole di parlarne con la famiglia e di sistemare le sue cose. Sconvolta, la donna si era messa a cercare dove poter ricevere un trattamento adeguato e alla fine si è fatta curare a sue spese a Baltimora, negli Stati Uniti. E ha detto di essere tornata al lavoro un mese dopo l’intervento. Prima di partire per gli USA, aveva chiamato BC Cancer per chiedere quanto avrebbe dovuto attendere per essere visitata da un oncologo, e le era stato risposto: settimane, mesi o più.

 

La nuova tendenza è esplicitamente teorizzata. Nell’articolo, già citato, del settembre 2023 Raikin si è soffermato sui verbali della Canadian Association of MaiD Assessors and Providers (CAMAP), l’organizzazione che forma, come si è detto, medici e infermieri nella pratica dell’eutanasia. Da questi verbali risulta che nei seminari della CAMAP si è discusso dell’uso della sedazione come mezzo per ottenere il consenso finale all’eutanasia in pazienti con una capacità decisionale compromessa, che risultano agitati e magari possono gridare e resistere all’iniezione letale, chiesta in precedenza. Un sotterfugio, dunque, per dare la morte e bypassare il requisito del consenso cosiddetto attuale.

 

Non solo, ma l’eutanasia viene consigliata anche per pazienti poveri. Per quanto negata ufficialmente (per un residuo di pudore, si potrebbe dire), la succitata CAMAP nel 2018 ha dedicato un intero panel alla “fornitura di Maid alle popolazioni vulnerabili,

indigene, senzatetto e agli anziani fragili”. I relatori hanno descritto come potrebbero “contribuire a emancipare le popolazioni vulnerabili” aiutando “i pazienti a lottare per

ottenere opzioni che consentano loro di accedere alla Maid”», cioè a lottare per essere aiutati a uccidersi anziché a curarsi. L’emancipazione consisterebbe nella autodeterminazione eutanasica!

  1. La parabola dell’autodeterminazione: mito e realtà  

La cosiddetta autodeterminazione è connessa ad una idea di libertà come possibilità assoluta di decidere senza limiti e senza vincoli: così come io mi percepisco, così io voglio essere.

iò significa un capovolgimento della antropologia classica e cristiana, in base alla quale la norma fondamentale è diventa ciò che sei, ciò che sei sulla base della tua essenza specifica di essere umano, animale biologicamente determinato e dotato di ragione. La verità – la tua essenza, ciò che tu sei realmente, oggettivamente –  non è più la misura e il criterio della volontà, bensì, al contrario, è la volontà a diventare la misura e il criterio della verità: diventa ciò che vuoi diventare! E dal momento che questa volontà, assunta come criterio assoluto, è la volontà soggettiva ossia la mia volntà, che è diversa e spesso in opposizione alle altre volontà soggettive individuali, la prospettiva è quella di un individualismo estremo e di un isolamento estremo.

Qui di seguito due storie opposte relative alla cd autodeterminazione: quella della giovane belga che, perfettamente sana, vuole morire e viene ovviamente accontentata, e quella della giovane inglese, ST, che invece vuole disperatamente vivere e non viene accontentata. 

4.1. Non voglio vivere! Voglio morire!

Il caso di Siska De Ruysscher, 26 anni, morta il 2 novembre nelle Fiandre per eutanasia e il suo “testamento” molto significativo.

  1. file L’eutanasia della giovane Siska

4.2. Non voglio morire! Voglio vivere!

 Siamo in Gran Bretagna: “ST” (sigla di riconoscimento decisa dal tribunale che ha imposto l’anonimato) è una  ragazza di 19 anni che da un anno è in cura nel reparto di terapia intensiva di un ospedale britannico. Soffre di una rara forma di malattia mitocondriale (RRM2B), che provoca debolezza muscolare cronica, perdita dell’udito e danni ai reni, rendendola dipendente dalla dialisi e da altre terapie intensive, ma che non ha intaccato il funzionamento del cervello: ST ha infatti frequentato la scuola secondaria  ottenendo buoni voti. Stava studiando per la maturità quando nell’agosto 2022 ha contratto il Covid, che le ha causato gravi difficoltà respiratorie. ST è stata ricoverata in ospedale in un’unità di terapia intensiva (ICU) dove è rimasta da allora. Lo scorso febbraio (2023) le sue condizioni sono peggiorate; ha poi avuto due crisi che hanno richiesto cure mediche di emergenza.

A questo punto i medici hanno deciso che la condizione medica di ST stava progressivamente degenerando e l’hanno definita malata terminale (in inglese l’espressione usata suona più sinistra: “actively dying”). Le hanno così presentato un piano di cure palliative che avrebbe interrotto il suo trattamento di dialisi salvavita causandone la morte nel giro di pochi giorni per insufficienza renale. ST ha rifiutato.

Ma i medici della nuova medicina non si sono arresi e si sono rivolti ai tribunali! L’NHS Foundation Trust, responsabile dell’ospedale che ha in cura la ragazza, ha sostenuto che ST non ha la capacità mentale di decidere il suo trattamento!

ST ha replicato di aver perso la fiducia nei suoi medici e di avere già smentito le loro previsioni, quando si è ripresa, nonostante le loro aspettative contrarie, dalle due recenti crisi potenzialmente letali. Di più: vorrebbe addirittura partecipare agli studi clinici per una terapia a base di nucleosidi, in Canada o in uno dei due ospedali che la praticano in America. Crede che questa terapia offra un 50% di possibilità di miglioramento, anche se è ben consapevole che nel suo caso potrebbe non avere successo.

In tribunale i medici hanno affermato che «la sua [di ST] morte è necessariamente imminente», ma hanno ammesso che potrebbe avere «settimane o addirittura mesi di vita», sebbene «la prognosi esatta sia incerta»!

In conclusione: ST vuole vivere, i suoi medici non sanno quanto le resta da vivere, ma hanno comunque deciso che deve morire immediatamente. A differenza dei casi in cui il paziente è un neonato, un bambino o un adulto incosciente, ossia casi di soggetti incapaci di autodeterminazione, qui abbiamo una giovane adulta, completamente cosciente, capace di prendere decisioni (capacità confermata da due psichiatri), che ha espressamente dichiarato la sua volontà di vivere.

Tuttavia, il tribunale le ha tolto il diritto di decidere della sua vita. Il 25 agosto 2023 ha stabilito quanto segue: «La totale incapacità di ST di accettare la sua realtà medica, o di contemplare la possibilità che i suoi medici possano fornirle informazioni accurate, è probabilmente il risultato di un indebolimento o di un disturbo nel funzionamento della sua mente o del suo cervello […] lei è spaventata dalla prospettiva di morire e si aggrappa al suo desiderio di sopravvivere malgrado i suoi medici le abbiano ripetutamente spiegato che è una condizione in cui non è possibile sopravvivere».

A quanto pare esiste quindi ormai un dovere di morire.

 

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Vincenzo Silvestrelli

Vincenzo Silvestrelli

Presidente di Eticamente. Ha lavorato presso ELIS e presso Banca dell'Umbria