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Identità culturale e libertà.

20 Mag, 2026
di Vincenzo Silvestrelli

Identità culturale e libertà.

La difesa della identità è un presidio necessario per ricostruire la comunità italiana in un mondo multipolare.

Identità culturale

L’identità culturale di una comunità è l’elemento fondamentale per garantire l’unità e la capacità di promuovere la «città», la res publica. La attenzione che viene data alla costruzione dell’immaginario nelle società contemporanee ne è un esempio. In realtà questo fenomeno è antropologico ed è sempre esistito. Non esiste convivenza senza fondamento culturale. La caratterista nuova dell’oggi però è la interpolazione della propaganda con l’ingegneria sociale e la guerra psicologica, oltre alla presenza di mass media che facilitano la diffusione di idee, spesso imposte con grande dispendio di mezzi economici e di studio accademico, volte ad affermare interessi economici e di potere e non la ricerca della verità. E’ un fenomeno che si è accelerato nella modernità dove, spesso, la identità culturale «forte» è stata vista come un freno al progresso perché ostacolava le idee «nuove» che cerchi ristretti di intellettuali proponevano come necessarie per ottenere un futuro radioso. Queste élites gnostiche e oggi possiamo dire esplicitamente sataniste, hanno visto, particolarmente nella tradizione cristiana, un ostacolo ai loro programmi. La difesa della tradizione è dunque diventata, per molte comunità, anche una riaffermazione della propria identità e della propria sopravvivenza.

La cancellazione del passato è un carattere distintivo di tutti i regimi e, in definitiva, un attacco alla libertà se viene proposta nell’ambito di quelle «costruzioni» dell’immaginario organizzate dalla propaganda a cui si faceva riferimento prima.

La definizione delle politiche culturali, anche da parte degli enti locali, dovrebbe essere dunque vista in un contesto generale che non punti solo alla «valorizzazione» turistica, economica, culinaria di una comunità come spesso accade. Non va dimenticato mai che anche questi aspetti nascono da una visione complessiva della persona umana. La cucina italiana, ad esempio, non è un insieme di ricette ma, in primo luogo, un modo di stare insieme e di curare il territorio.

L’uomo occidentale, in breve sintesi, è passato dall’essere «cristiano», quindi rivolto alla salvezza eterna, protetto da Dio e uguale davanti a Lui, ad essere «cittadino», quindi teoricamente orientato al bene comune, sottoposto alla legge della maggioranza e orientato al progresso, ad essere oggi «consumatore» cioè rivolto alla soddisfazione personale, al presente continuo e ai desideri sempre cangianti. Si tratta di un evidente degrado che può essere contrastato proprio con la valorizzazione della storia. Lo stato e gli enti locali, quando definiscono le loro politiche culturali, devono conoscere questi processi per non essere solo dei burocrati e, per quanto riguarda la loro competenza amministrativa, dovrebbero porsi una serie di obiettivi che vadano oltre la semplice organizzazione di eventi. In particolare abbiamo il dovere di lasciare ai giovani la eredità di una civiltà gloriosa che deve guardare al futuro, trovando le proprie radici nel passato.

Nel corso della sua visita alla Università della Sapienza Leone XIV ha affermato parole significative parlando del disorientamento generale e dei giovani in particolare:

«Dell’inquietudine esiste però anche un volto triste: non dobbiamo nasconderci che molti giovani stanno male. Per tutti ci sono stagioni difficili; qualcuno però può avere l’impressione che non finiscano mai. Oggi questo dipende sempre più dal ricatto delle aspettative e dalla pressione delle prestazioni. È la menzogna pervasiva di un sistema distorto, che riduce le persone a numeri esasperando la competitività e abbandonandoci a spirali d’ansia. Proprio questo malessere spirituale di molti giovani ci ricorda che non siamo la somma di quel che abbiamo, né una materia casualmente assemblata di un cosmo muto. Noi siamo un desiderio, non un algoritmo! Proprio questa nostra speciale dignità mi porta a condividere con voi due domande.

A voi giovani questo malessere chiede: “Chi sei?” Essere noi stessi, infatti, è l’impegno caratteristico della vita di ogni uomo e di ogni donna. “Chi sei?” è la domanda che ci facciamo l’un l’altro; la domanda, che silenziosamente poniamo a Dio; la domanda cui possiamo rispondere solo noi, per noi stessi, ma alla quale non possiamo mai rispondere da soli. Noi siamo i nostri legami, il nostro linguaggio, la nostra cultura: a maggior ragione, è vitale che gli anni dell’università siano il tempo dei grandi incontri.»

Anche alla luce di queste affermazioni è evidente che la difesa delle comunità e della loro storia è legata alla difesa della dignità umana e alla sua ricerca del senso della vita. Abbiamo bisogno degli altri e, in primo luogo, di Dio per trovare noi stessi. Troviamo una via per la ricerca del senso, se vediamo l’insieme di ciò che rappresentano le tradizioni e i luoghi che vediamo in ogni angolo della nostra bellissima Italia.

La devastazione del liberalismo finanziario

La libertà di una comunità è anche possibilità di vita e di economia, nel suo significato originario amministrazione della casa. Oggi gli spazi di libertà vengono ridotti dalla ingegneria sociale. In un paese come il nostro, caratterizzato da una grande capacità imprenditoriale, questo è particolarmente negativo.

Vediamo oggi una concentrazione di fondi finanziari in pochi soggetti fra loro interconnessi in modo oscuro, che possono esercitare una influenza dominante sulle società partecipate e sui debiti nazionali come quello USA e quello italiano.

Il risultato è oggettivamente una concentrazione di potere finanziario senza precedenti: un sistema in cui Vanguard, BlackRock e State Street emergono come gli azionisti di maggioranza trasversali dell’intero capitalismo americano e internazionale, legati a doppio filo con le stesse banche che compongono il cuore pulsante del sistema.

Questa struttura della finanza determina i pilastri dell’agire «politico» contemporaneo che sono il debito passato da controllare, il debito futuro da garantire e la guerra come strumento connesso con questi due aspetti. La ricerca del «bene comune» come finalità del sistema politico generale è scomparsa.

Parlando del liberismo, la religione della modernità atlantista, ci possiamo ora concentrare però su un singolo aspetto su cui possiamo operare: la chiusura di massa dei negozi. Sembra un fenomeno inarrestabile, una specie di «evento naturale». Amazon, la trionfante realtà che ne è una delle cause, rappresenta, nei media, il progresso contro le antiquate reti commerciali che ostacolano la felicità del «consumatore», cioè la più importante definizione della persona nella contemporaneità, secondo il potere dominante. Esiste una narrazione che vede Bezos, il fondatore di Amazon, come un genio degli affari che crea una impresa partendo da un garage. La parabola dell’azienda però è fin dall’inizio profondamente intrecciata con quella dello Stato americano. Il potere pubblico non è stato un attore esterno, ma un partner fondamentale – se non un vero e proprio “azionista occulto” – nella sua ascesa.

Nel 2013 Amazon, ad esempio ebbe un contratto con la CIA
da 
600 milioni di dollari per gestire i propri dati di intelligence. Si può dire che l’azienda sia nata con obiettivi di controllo sociale. Amazon esercita dunque un potere crescente grazie anche alla gestione di media e alla gestione dei dati raccolti attraverso la vendite. Il rapporto fra la gestione dei dati e i servizi offerti è strategico al fine del controllo, totalitario, della popolazione. Il totalitarismo è l’obiettivo delle élites sataniste.

In Italia Amazon ha favorito l’evasione dell’IVA da parte dei venditori extra-europei, provocando la concorrenza sleale verso i nostri esercizi commerciali. Contro la richiesta di 3 miliardi di tasse arretrate, l’azienda ha fatto un accordo con il fisco per 753 milioni di euro.

Giovanni Duns Scoto (1270-1308), beato francescano, già nel ‘300 sottolineava il ruolo positivo del commerciante nella realizzazione del bene comune. Egli affronta il problema della mercatura e del valore economico come esigenza della giustizia commutativa e valutava positivamente il contributo di conoscenza che il mercante apportava con il suo lavoro. Oggi questa capacità imprenditoriale nelle comunità viene distrutta e delegata agli algoritmi di una azienda nata per permettere il controllo sociale. Il nostro modo di vita e i nostri borghi sono distrutti senza che nessuno se ne preoccupi troppo. Giacomo Beccatini (1927-2017), economista toscano e studioso dei distretti industriali italiani, si interessò della moda partendo dalla realtà toscana. Nei suoi studi pervenne all’idea che la crescita del settore della moda in Italia fosse dovuta anche anche al sistema del commercio basato sui piccoli dettaglianti, che, essendo operatori specializzati, riuscivano a selezionare e far crescere le aziende di migliore qualità. Lo stesso fenomeno potrebbe avvenire per le filiere del cibo italiano, che oggi sono minacciate e distrutte dalla grande distribuzione, mentre trovano, ancora per poco, tutela nei territori anche attraverso il turismo lento.

Il genocidio della natalità

Un altro aspetto su cui riflettere è il declino demografico, anche questo non casuale. L’attacco alla famiglia inevitabilmente porta a queste conseguenze. Esso comincia da lontano e si collega all’individualismo edonista e nichilista che caratterizza la modernità. La isterica promozione della omosessualità e della subcultura lgbt è uno dei fenomeni più evidenti. Si tratta di pratiche «criminali» quando vengono rivolte ai minori come spesso avviene anche nelle scuole della nostra regione. Nell’apparente modernità, queste perversioni hanno origine arcaica nello gnosticismo che vede la androginia come simbolo di perfezione spirituale e che ritroviamo anche in Platone con il mito degli androgini che sfidarono Zeus e, per questo, furono divisi. Il satanismo gnostico, cioè la pretesa umana della auto salvazione, è la chiave di tutta la modernità individualista e dei suoi frutti distruttivi. Queste teorie contrastano con la realtà che vede la differenziazione sessuale come base della generazione della relazione non conflittuale fra le persone. La perversione LGBT contesta, con la realtà, l’opera della Creazione divina.

Sostenere la famiglia e la maternità è un compito fondamentale delle comunità politiche per permettere la riproduzione sociale. I radical chic hanno sostituito questa primordiale necessità con l’immigrazionismo che distrugge la identità culturale delle nazioni, crea classi di emarginati facilmente sfruttabili ed è causa di crescente disagio sociale.

In realtà per cambiare questa situazione non occorrono solo provvedimenti di welfare ma occorre cambiare anche l’immaginario che viene manipolato attraverso l’industria cinematografica.

Negli anni del dopoguerra il cinema valorizzava la stabilità, i valori religiosi, la moralità ed il patriottismo. Negli anni ‘60 il femminismo e l’incomunicabilità fra i sessi divennero dominanti. Attualmente l’omosessualità come modello è diventata pervasiva e inquinante.

A questi modelli si aggiunge la visione della sessualità non come relazione completa e generativa, ma come edonismo individualistico anche nel rapporto di coppia che ha portato alla sterilità grave delle società occidentaliste, incapaci di riprodursi.

Un economista come Alfred Marshall (1842-1924), inglese, si preoccupava di segnalare come l’economia dovesse favorire la sostituzione demografica, pur partendo da una visione sostanzialmente malthusiana. Oggi, specialmente nelle aree interne e nella nostra Umbria che invecchia, la risorsa che manca di più è quella umana. Ogni proposta politica deve ripartire dalla necessità di favorire la natalità. Anche la Cina è tornata indietro nelle sue politiche del figlio unico.

«Il governo vuole più bambini, ma la popolazione non sembra intenzionata a seguirlo. Nonostante incentivi economici, campagne mediatiche e persino nuove tasse sui contraccettivi, il tasso di natalità continua a scendere, mentre cresce il malcontento verso le pressioni statali. Secondo un’analisi dell’Economic Times, Pechino considera la crisi demografica una minaccia strategica: la popolazione invecchia rapidamente, la forza lavoro si restringe e i costi del welfare aumentano. »

Il diavolo fa le pentole ma non i coperchi

Dobbiamo porci ora una domanda fondamentale per un movimento politico con grandi «desideri». Desideri cioè de-sidera, aspirazioni che vengono dall’Alto, per un credente da Dio. Cosa possiamo fare per ricreare la possibilità di una politica in una situazione in cui, nella nostra parte di mondo, i grandi poteri hanno in mano non solo le risorse finanziarie, ma anche la capacità di dominare le menti?

Il fatto che ci troviamo qui insieme è già una risposta. Dobbiamo costruire una unità di ispirazione che cambi i modelli dominanti dall’interno. Il satanismo dominante è debole, fa le pentole, ma non i coperchi, distrgge ma non costruisce. La costruzione di modelli cooperativi è perciò il nostro ruolo, partendo dai valori fondanti e dalla cultura.

Ci dice il Papa nella nuova enciclica «Magnifica humanitas» che la persona umana va custodita anche nell’epoca della Intelligenza artificiale. Non siamo algoritmi. Dobbiamo difendere la nostra identità e le tradizioni perché da quelle parte la reazione contro la finanza autodistruttiva. Partiamo dalle piccole cose. Difendere i nostri territori dalla omologazione è, per esempio, un compito essenziale. Non ci fermeremo. Dobbiamo anche introdurre un altro concetto nella nostra battaglia. I monaci benedettini che, partendo da piccole comunità di cercatori dell’Assoluto, rifondarono la civiltà europea, sapevano che il primo nemico di noi stessi, siamo noi con i nostri egoismi, le nostre pulsioni, le nostre incoerenze. In definitiva per riformare, occorre anche riformarsi. E’ difficile ma dipende solo da noi e non da quelle forze esterne a cui facevo riferimento prima. La felicità che ricerchiamo però non nasce solo dalla riforma delle strutture esterne, ma anche dalla tranquilla coscienza di cercare in primo luogo il Bene, cioè Dio e di trovare già in questo la pienezza dei significati. Abbiamo già vinto.

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Vincenzo Silvestrelli

Vincenzo Silvestrelli

Presidente di Eticamente. Ha lavorato presso ELIS e presso Banca dell'Umbria