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Storia della Santità all’Eremo di Monte Cucco Dal B. Tomasso da Costacciaro al Venerabile P. D. Doroteo Zuccari da Fabriano

24 Giu, 2026
di Vincenzo Silvestrelli

Euro Puletti

Il primitivo Eremo di San Girolamo di Monte Cucco

ed i compagni d’eremitaggio del Beato Tomasso da Costacciaro

Così, nel 1521, scriveva l’erudito Beato Paolo Giustiniani, grande umanista italiano del Cinquecento e fondatore della Congregazione degli Eremiti Camaldolesi di Monte Corona, dopo averlo visitato, a proposito d’un eremo ormai da tempo abbandonato: quello di San Girolamo di Monte Cucco o di Pascelupo: “Vi sono quattro Celle una assai distante dall’altra, et una Chiesa […]. Oltre queste celle, vi sono dall’altra parte altri edificii, una Chiesa Maggiore, et certe volte, tanto antiche, che non se ne hà memoria del principio loro, sopra le quali havemo fatte molte stanze; Credesi, che quelle nostre fussero fatte più tosto per fortezza, che per loco Religioso: il loco è stato per molte centinaia di anni disabitato, et in quelle volte vi fù già colto uno, che vi stava à batter moneta falsa; pur qualche volta è stato habitato, e trà gl’altri da un Romito del Paese di ammirabil vita, per il quale Dio opera molti miracoli. Era questo luogo unito ad una Pieve di quel Castello”.

Nell’altare del sacello si conservavano, in appositi reconditori, le sante reliquie dei martiri romani Magno e Benedetto. L’incàvo centrale era, un tempo, incessantemente riempito di purissima acqua di sorgente che vi gocciolava dal soffitto del reclusorio. Ora la sorgente, che era ritenuta miracolosa, si è completamente disseccata. Sotto l’altare della chiesa principale dell’eremo, dedicata a San Girolamo, San Benedetto e San Romualdo erano, altresì, custodite le reliquie di altri martiri romani: Olimpio, Angelo, Alessandro, Liberato, Natale e Pia.

L’insediamento di Paolo Giustiniani all’Eremo di Monte Cucco

Quando, nel 1520, Giustiniani giunse in questo luogo,i vi trovò, sebbene in stato di completo abbandono, un insediamento eremitico già impiantato da almeno qualche secolo.ii Ecco come lo stesso Beato Paolo ce lo descrive in una sua lettera:iii «È adunque il Secondo luogoiv detto l’Eremo, ò Eremitorio di S. Gerolimo di Pascelupo,v così chiamato da un Castello,vi che è circa un miglio vicino, che così si chiama; sito in una vasta solitudine, in un loco diserto, horrido, et inculto sopra un monte:vii vi si và per una Valleviii contra una aqua, che da quei Monti discende, e circa un miglio, e più lontano dal loco si comincia a montare per una ardua, e difficile et non meno stretta, e pericolosa via,ix in modo, che ogni gagliardo huomo vi si stanca: montato, che si è si trova il loco, al quale non si può andar, se non da quella parte, perche da tutte le altre sono prerupix di Monti inaccessibili; il loco, è quasi come un Arco,xi et hà poco piano: Ma mirabile pare, che eminente , sopra il loco stà la ripa del Monte,xii la quale è tutta un nudo sassoxiii altissimoxiv quanto si può vedere, et così dalla parte di sopra sporge in fora, che sotto vi sono quattro Cellexv una assai distante dall’altra, et una Chiesa, et la Strada, che mena à quelle Celle tutta coperta di Sasso, n modo, che sopra quelle mai non ricade, ne neve, ne piova, che la ripa istessa poco più alta, che ove sono le Celle alto dal piano forse trenta braccia escono molte gocciole d’acqua, come se piovesse, le quali si raccogliono tutte insieme sopra un tettarello fatto ad arte, et entrano in una Cisterna,xvi et dalla cisterna poi si conduce ove si vuole per tutto il luogo. Oltre queste celle, vi sono dall’altra parte altri edificii, una Chiesa Maggiore,xvii et certe volte,xviii tanto antiche, che non se ne hà memoria del principio loro,xix sopra le quali havemo fatte molte stanze; Credesi, che quelle nostre fussero fatte più tosto per fortezza, che per loco Religiosoxx: il loco è stato per molte centinaia di anni disabitato, et in quelle volte vi fù già colto uno, che vi stava à batter moneta falsa;xxi pur qualche volta è stato habitato, e trà gl’altri da un Romito del Paesexxii di ammirabil vita, per il quale Dio opera molti miracoli. Era questo luogo unito ad una Pieve di quel Castello,xxiii et adoperandosi il nostro Reverendo Pietro Bembo, il Pontefice il seppe, et hallo concesso, non à me già,xxiv ma à questi miei Fratelli Eremiti: È loco veramente deserto, veramente horrido, et inculto: par proprio un de quei sassi, ò Caverne, sotto i quali comunemente si pingie S. Geronimo. Da quel Monte, o ripa superiore cascano spesso [pietre] assai, mà mai non si trova, che facessero mal à persone:xxv quando sono grandi ò lunghe pioggie dalla Sommità di quella ripa più di duecento braccia alto dal luogo non molto lontano dalle Celle cade un’aqua, così grossa, che pare un fiume,xxvi che è una cosa stupenda à vedere cadere da così alto luogo pro onerexxvii una così grossa aqua,xxviii cade così discosto, che non offende niente il loco, se non con lo strepito, mà questo è rare volte».

P. D. Placido Maria da Todi, “Storia di Montecucco“, XIX secolo

In tal guisa era l’eremitaggio di s. Girolamo in M.C. allorche il b. Paolo Giustiniani al cadere del 1520 vi poneva per la prima volta il piede, onde gli aumenti che oggi vi si vedono debbonsi far risalire ad epoca posteriore come avremo occasione di notare in appresso. Partito egli pertanto dopo l’abdicazione dei maggiorato dalla Gran Camaldola16 di Tost [c]ana nel di 15 sett. del detto anno in virtù delle facoltà da lui riportate dalla S.S. unitamente al converso fr. Olivo da Cortona, nell’intendimento di dilatare l’istituto eremitico camaldolese da lui professato a seconda della primitiva disciplina del Patr. S. Romualdo, acquistava durante il viaggio due illustri sacerdoti a seguaci dei suoi santi proponimenti. Il primo nomavasi fr. Tomaso del quondam Bartolomeo ed era oriundo di Fabbriano, il quale nel convento di s. Nicolò sul Montecalvo altrimenti detto M. s. Giacomo presso Gubbio menava vita solitaria con altri nell’osservanza della regola del terz’ordine di s. Francesco: sebbene non versato nelle lettere godeva tuttavia presso il pubblico molta rinomanza per le sue doti di natura e sopra a tutto per santità e spirito di profezia di cui fulgeva. L’altro di nazione spagnolo appartenendo all’incontro al sacro ordine de Predicatori istanziava nel convento di s. Domenico della medesima città di Gubbio. Al nome angelico di fr. Raffaello17 che portava ben corrispondeva l’integrità dei suoi costunii la quale anche non poco contribuiva a dar risalto alla profondità del suo sapere nelle scienze teologiche e al garbo singolare con cui dal pergamo bandiva la parola di Dio. Entrambi dopo vari colloqui si associarono al Giustiniani e suo compagno e pieni di un medesimo spirito approdavano nell’indicato tempo quasi a nuova terra promessa nei recessi del Monte-cucco. Per la solitudine e povertà che ognun cercava non poteva trovarsi luogo più opportuno di questi. Quivi stanziavansi come meglio poterono ognuno separatamente al coverto e sotto le altre sinuosità della rupe che sono lungo la costiera dell’oratorio medesimo di s. Girolamo delle quali chiudendone al davanti (le aperture ne formano dei piccoli tuguri l’un dall’altro poco distante come) allo sguardo di prevenuto indacatore tuttora non ne isfuggirebbero dei vestigi presso quel rustico fabricato destinato ora ad uso di fienile. Ivi passavano il tempo tutti occupati nelle sante meditazioni nelle spirituali lezioni, ed in altri ascetici esercizi propri del lor fervore e spirito ed istituto; ne lasciavano di riunirsi ad ore determinate nell’oratorio onde compiere sacrifici di lode all’Altissimo. Non si può dire quanta era la pace e l’allegrezza del cuore che provavano quei buoni quattro religiosi, separati da ogni tumulto del secolo, e in una piena libertà alla loro divozione di vivere come fino allora avevano desiderato di fare. Ma è cosa vera che tra la notte del secolo non compariscano stelle di qualche, e subito non ne venga ammirata la luce. A tutti i santi che a nascondigli agognavano, senza volerlo andavano in traccia di siffatte avventure. Se talora la divina provvidenza ha voluto secondare il loro genio, non ha tardato di farli scoprire, conoscere, porli in riputazione. Lo stesso avvenne a questi quattro solitari. I Passeggieri e i vicini li scoprirono, si misero in attenzione del loro stato e maniera di vivere. Li ammirarono, ne fecero stima. I vicini ne diedero contezza a Lontani, e questi uniti a quelli, resi consapevoli della loro estrema povertà incominciarono anche a soccorrerli (portando loro chi pane chi vino chi legumi chi frutti d’ogni sorta) ed essi sufficientemente provveduti, vivevano come assicurati dei loro desideri, ringraziando S.D.M. delle cure che si prendeva dei suoi servi, pregando la sua clemenza a rimeritare i benefattori che sollevavano la loro povertà in quello stato. Così ogni giorno più rendevasi famoso quel deserto. (Ma l’antico serpente non potendo ciò tollerare che non fece, per discacciare i servi di Dio da un luogo ove i lupi istessi libero ne avevano l’accesso? Abbisognava però che l’indole inumana di un uomo gliene esibisse il destro, e questa trovolla in certo D. Guido Mariozzo di Belondra allora) Pievano di Pascelupo d’umore alquanto diverso da tutti quelli che lodavano i predetti eremiti, invece di confermare la buona opinione che ne avevano i secolari suoi sudditi specialmente, incominciò a farvi contro del rumore (e con pretenzione di antica unione dell’oratorio di s. Girolamo con la sua Pieve, sebbene quello per essere stato sempre privo di entrate mai avesse conosciuto padrone) per un espresso ne fe loro intimare lo sgombro, se non gli piacesse raccogliere i frutti di un futuro pentimento. Inoltre gli uomini del Comune di Pascilupo parte donando e parte vendendo cedevano rogito Blancardi dei 17 maggio 1522 (c. 6) a favore dell’Eremo la macchia cedua ad esso circostante (della quale ai 25 giugno 1583 a rogito Siracusani (c. 47) se ne vollero precisare i confini) per il prezzo di dieci ducati di oro con la sola riserva del jus pascendi, da cessare per tre anni consegutivi dopo ogni taglio della macchia medesima, ed in perpetuo ogni qual volta i Padri la volessero ridurre in praterie. La qual cessione venne meglio rattificata con rogito Servingenzi dei 4. nov. 1527 (c. 10). Con questi aiuti quanto più diminuivansi ai Padri i pensieri delle cure temporali, altrettanto più liberamente avevano agio di attendere allo spirito secondo il vivissimo lor desiderio. Non per questo trascuravano però gli avanzamenti dell’eremo, e noi da una lettera del Giustiniani (ivi) sappiamo che nel febbraro del 1523 le celle solitarie stabilite nello speco giungessero in numero di [cassato: tre] quattro, come pure possiamo dedurre con certezza che gli avanzi della più volte nominata torre già fossero convertiti nell’attuale tempio, mentre parlando egli di questo eremo dice chiaramente che oltre la chiesa di s. Girolamo vi fosse allora altra chiesa maggiore presso quelle concamerazioni ricordate di sopra. E qui torna in acconcio il notare che tanto nella lettera suindicata del Bruni quanto nel breve di Leone non fassi menzione che di una sola chiesa, cioè di quella di s. Girolamo, segno troppo evidente che la seconda non fosse allora ancor stabilita. Questa chiesa maggiore non consta che di una sola nava: ricoperta di volto in foglio di [di tutto sesto ha metri 9 e dec. 1.] di lunghezza compreso il coro, e metr. 4, e 3 dec. di larghezza. Nell’unico altare ne fuvvi traslatata la grande ara marmorea dell’antico oratorio di s. Girolamo, che riconsagratosi furonvi rinchiuse le reliquie dei santi martiri Magno e Benedetto allorché ai 26 settembre del 1709 mons. Fabio Manciforti vescovo di Gubbio vi compiva il sacro rito della solenne consacrazione sotto il titolo dei santi Girolamo e Romualdo.

Paolo Giustiniani da Venezia ed il miracolo dell’unione perfetta con Dio ed in Dio

Quell’Eremo di Monte Cucco nel quale il Beato Paolo Giustiniani divenne un tutt’uno con Dio

Era il 1526 e quest’anno ricorrono i 500 anni da quella sublime esperienza mistica

All’Eremo di San Girolamo di Monte Cucco, dopo un’esperienza mistica che lo segnerà per sempre, la perfetta ricongiunzione della propria anima con lo Spirito Divino, il Beato Paolo Giustiniani stenderà un capolavoro di mistica speculativa, denominato: “Secretum meum mihi”.

Il 18 settembre dell’anno 1526, infatti, all’Eremo di San Girolamo di Monte Cucco, da Lui stesso riabitato e rifondato tra il 1520 ed il 1521, il Beato Paolo Giustiniani, nobile veneziano, insigne umanista e monaco camaldolese, istitutore della riformata Compagnia di San Romualdo, poi definita Congregazione degli Eremiti Camaldolesi di Monte Corona, terminava il Secretum meum mihi”. Concepito tra il 7 agosto e il 25 ottobre dell’anno 1524, nonché tra il 14 e il 18 settembre del 1526 (e puntualmente datato nel suo inizio come nella propria fine, ma, altresì, nei suoi singoli libri e, persino, nelle proprie partizioni interne, quali esse venivano, via via, vergate, giorno dopo giorno), questo trattato teologico, che è considerato l’Opus magnum del Beato Paolo, fu iniziato sulla spinta della profondissima emozione conseguìta ad un’illuminazione spirituale che Paolo aveva ricevuta, durante la celebrazione del sacrificio divino della Messa, proprio all’Eremo di San Girolamo di Monte Cucco e, forse, non già all’interno della chiesa maggiore, bensì nel cuore sacello di San Girolamo, ovverosia della primitiva chiesa rupestre, databile verso il Mille, dove si era già, probabilmente, appartato, in contemplazione e preghiera, San Domenico Loricato e nel quale, successivamente, opererà il miracolo della trasmutazione dell’acqua in vino il Camaldolese Beato Tomasso da Costacciaro, primo eremita la cui presenza sia storicamente accertata all’Eremo.

Per questo gli Eremiti Camaldolesi di Monte Corona amano così tanto l’Eremo di Monte Cucco, perché esso fu rifondato, quale loro prima casa, esattamente dal loro istitutore Beato Paolo, il quale, oltre a vivervi in perfetta santità, vi ebbe quest’irripetibile esperienza mistica e soprannaturale.

Ricostruzione ipotetica delle tappe salienti dell’Eremo di Monte Cucco pregiustinianeo

900-1000: probabile erezione del Sacellum Sancti Hieronymi;

1000: San Domenico Loricato vive, di quando in quando, in una “cellula” penitenziale, sita presso il monastero di Congiuntoli;

1000-1300: al Sacello di San Girolamo (“chiesa minore”) si affiancano una “chiesa maggiore” e quattro celle eremitiche;

1280 ca. – 25 marzo 1337: dimora all’Eremo di Monte Cucco, insieme a taluni compagni d’eremitaggio (Forte “Beato”, Fra’ Monaco di Sassoferrato, Peccia o Peccio di Coldipeccio, suo “ministro”), da parte del Beato Tomasso Grasselli da Costacciaro;

13 marzo 1317 – 4 aprile 1370: documenti scritti menzionano, per ben tre volte, la Chiesa di San Girolamo, volta a volta definita, rispettivamente, “Ecclesiae s. Hieronimi”, “Ecclesiae S. Hieronimi de Pascilupo”, ed il luogo di San Girolamo di Monte Cucco (“loci S. Jeronimi de Monte Chucco”) circostanza che fa chiaramente pensare già all’esistenza di un locus religiosus, ovverosia di un insediamento monastico di tipo abbastanza regolare, riconosciuto e stabile.

1370 – 1456: l’Eremo di Monte Cucco riceve elemosine dal Comune di Sassoferrato;

1520/1521 ca.: all’Eremo di Monte Cucco va ad abitare il Beato Paolo Giustiniani con la ancor ristretta famiglia eremitica da lui stesso fondata.

Punti essenziali della formazione del luogo d’eremitaggio di San Girolamo del Cucco

1. Tradizione/Ipotesi di luogo di rifugio di San Girolamo

Don Placido Maria da Todi, Storia di Montecucco:

“Di fronte all’altare avvi (nella parete) il seguente distico:

D.O.M.

  • Eximius doctor quum istas Hieronymi oras adpeteret fugiens hic latuisse ferunt.

2. Eremo primitivo, forse laura eremitica, circa l’Anno Novecento/Mille

3. Presunta presenza di San Domenico Loricato in una cellula eremitica

4. Beato laico converso romualdino/camaldolese Tomasso da Costacciaro, il suo insediamento (1277/80 ca. – 25-03-1337), i propri compagni (Frà Monaco, Beato Forte) ed il miracolo della moltiplicazione d’un sol pane per i cacciatori affamati e della trasmutazione dell’acqua in vino per la celebrazione della Messa

5. Beato Paolo Giustiniani (1520/1520), i suoi compagni ed il miracolo della perfetta fusione mistica con Dio ed in Dio (Anno 1526)

6. Venerabile Don Doroteo Zuccari da Fabriano (XVIII secolo)

I miracoli del Beato Tomasso, all’Eremo, in una lauda del XIV secolo

“De costui, per vero, dice

Che de l’acqua fece vino

Quando, del Verbo Divino,

La Messa era già permota.

Dieci afflicti e faticati,

Sol dum pan, questo Beato,

Tucti fia rifocillati,

Ciaschum fo più consolato”.

“Ut sacrum fieret Thomas hic transtulit undam In vinum nostri sic, retulere Patres”.

Don Placido Maria da Todi, Storia di Montecucco:

Bibliografia essenziale

Lit.: Vita I Gubbio, Archivio Storico, Arch. Armanni II C 2 fol. 289r-292v, AA. SS. Sept. III (1750), 161-170;

– Vita II Gubbio, Archivio Storico, Arch. Armanni II D 30 fol. 44-51, AA. SS. Sept. III (1750), 171-174; –

D. Lodi, Vita di s. Giovanni da Lodi, 1614; – Mauro Sarti, La vita di s. Giovanni da Lodi … tratta da un antichissimo codice, 1748; – Ders., De Episcopis Eugubinis, 1755;

– Alberto Gibelli, Monografia dell’antico monasterio di S. Croce di Fonte Avellana. I suoi priori ed abbati, 1896; – Giovanni Mercati, Opere Minori, II, 1897-1906. Nachdruck in: Studi e Testi 77, 1937; – Pio Cenci, Vita di San Giovanni di Lodi, 1906; – Umberto Pesci, I vescovi di Gubbio, 1918;

– Alfons M. Zimmermann, J. v. L., in: Kalendarium Benedictinum, III, 1937, 25, 27;

– Kurt Reindel, Studien zur Überlieferung der Werke des Petrus Damiani, in: DA 15 (1959), 23-102;

– Carte di Fonte Avellana hg. von Celestino Pierucci und Alberto Polverari (Thesaurus ecclesiarum Italiae IX, 1), 1972; – Giovanni Lucchesi, Giovanni da Lodi »Il discepolo«, in: San Pier Damiano. Nel IX centenario della morte (1072-1972), IV. Cesena. Centro Studi e ricerche sulla antica provincia ecclesiastica Ravennate, 1978, 7-66;

– Eugenio Massa, Paolo Giustiniani e gli antichi manoscritti avellanesi di San Pier Damiani, in: Fonte Avellana nella società dei secoli XV e XVI. Atti del IV Convegno del Centro di studi avellaniti (1980), 77-160; – EC VI, 1951, 568; – LThK V, 1960, 1057; – Bibl. SS VI, 1965, 822-824; – NCE VII, 1967, 1059.

– G. Bertone – “L’EREMO DI MONTE GIOVE” – Casa Editrice “Fortuna” – Fano 1925.

Biblioteca Federiciana – Fondo Castellani – Rif. 21 C VI 24/14.

– A. Giabbani, I Camaldolesi, Camaldoli (AR) 1944; J. Leclercq, s.v., in DSAM VI, 414‑417; Id., Un humaniste ermite: le b. Paul Giustiniani, Roma 1951; Id., Il beato Paolo Giustiniani: un umanista eremita, Frascati (RM) 1975; E. Massa, s.v., in BS VII, 2‑9; P. Sciadini, s.v., in DES II, 1188‑1189.

iNote di chiusura

In realtà è possibile che Giustiniani vedesse per la prima il romitorio di Monte Cucco già nel 1518, anno in cui, partendo da Camaldoli, e forse passando per Scheggia, Isola Fossara e Perticano, si recò a Fabriano, allo scopo di venerare le spoglie mortali di san Romualdo.

ii Da un documento d’archivio, relativo ad un’insediamento fortificato medioevale del comitato eugubino, apprendiamo che il 27 dicembre 1380 «Simoni dni Busonis misso ad castra Costacciarii, Syolis, et Romita S.ti Gironimi cum 4 famulis». Cfr. Menichetti, Piero Luigi, Castelli, palazzi fortificati, fortilizi, torri di Gubbio dal secolo XI al XIV, Città di Castello, Tipolitografia Rubini e Petruzzi 1979, s.v. “Castrum Siolis”, p. 362, doc. a. 1380, dicembre 27.

p.362.

iii «Lettera del Beato Paolo Giustiniano Fondatore degli Eremiti Camaldolesi di Montecorona scritta à S. Gaetano Tiène Fondatore dei Padri Teatini.».

iv Luogo o loco sta per ‘luogo religioso’, ‘insediamento monastico, eremitico’, ecc.

v Il toponimo Pascelupo, ma, in antico, anche Passilupo, costituito com’è da un legamento genitivale (pass- = ‘passo’, –i = ‘di’) potrebbe significare ‘passo del lupo’, o ‘passo di Lupo’, ‘passo -cioè- di proprietà di un uomo di nome Lupo’.

vi Il Castrum Pascelupi.

vii Il Monte Le Gronde.

viii La valle del torrente Rio Freddo, che, nel Rogito Scrignetti, viene denominata Foveo delli Frati, cioè ‘fossa, cavità dei Frati’. Fòveo deriva dal latino fovea, ‘fossa, buca’, da cui, anche, fòiba.

ix Si tratta dell’antico sentiero, ancora parzialmente esistente, che conduceva all’eremo, risalendo la valle del Fosso delli Frati, oggi de San Girolamo o de Sarràgnola, per poi entrare nel muro di cinta dell’Eremo, costruito in pietre a secco, del quale non restano che pochi ruderi, abbandonati all’assedio di una vegetazione esuberante e repulsiva.

x Prerupi sta per ‘propaggini rocciose di una montagna’.

xi Perfetta questa descrizione topografica: il sito, su cui fu topograficamente ancorato l’eremo, somiglia veramente, specie se visto dall’alto, ad un grande arco.

xii Giustiniani descrive con estrema precisione le strapiombanti pareti rocciose calcaree, oggi dette balze del Col del Nasséto (dal fitonimo nasso, antico nome dell’albero di tasso, ivi discretamente presente) o Il Beato (dal luogo di eremitaggio del Beato Tomasso) e, un tempo: «La grande spelonca detta di San Girolamo» (spelonca non sta qui, propriamente, per ‘grotta’, bensì, più probabilmente, per ‘luogo appartato, remoto e di forma concava’).

xiii Sasso deriva, come altri toponimi del Cucco, quali Sasso Pecoràccio o Pecoràro, dal latino saxum, ‘rupe’.

xiv L’altezza massima della parete si aggira sugli ottanta metri circa.

xv Oggi non ne restano che due: il cosiddetto “fienile” ed il Sacellum Sancti Hieronymi, tuttavia, lungo la parete rocciosa, si notano numerosi incàvi, atti a servire da appoggio ed alloggiamento a travature di antiche celle. All’interno del “fienile”, poi, vi è una vaschetta rotondeggiante, ricavata, con lo scalpello, nella viva roccia calcarea, al fine di raccogliere il velo d’acqua che cola dalla roccia sovrastante. Sul grezzo intonaco della Cappella di San Girolamo sono stati recentemente rilevati resti di antichi affreschi d’arte romanica. Secondo alcuni pareri, meritevoli d’attenzione, le pitture parietali del Sacellum Sancti Hieronymi dovrebbero, però, essere antichissime, forse preromane, dunque umbre, e rappresentare due spirali. I loro soggetti andrebbero formalmente raffrontati con taluni motivi tipici della pittura funeraria etrusca.

All’interno del sacro edificio è stato poi scoperto un altare, con reliquiario, di apparente tipologia altomedioevale.

xvi La cisterna è stata ricostruita in séguito al recente restauro integrale dell’eremo.

xviiRiferibile ad un elemento architettonico di questa Chiesa Maggiore, non resta, probabilmente, che la volta di una finestra in stile gotico, riutilizzata durante la ricostruzione dell’Eremo. Sul lato orientale del Sacellum Sancti Hieronymi vi è, poi, una pietra che reca, incisa, una piccola croce. Tale manufatto pare, però, essere molto meno antico del precedente.

xviii Queste antichissime volte dell’Eremo, dopo il totale abbandono del luogo sacro, furono ben presto colonizzate da folte colonie di pipistelli, che, incupendo la già triste atmosfera del romitorio, per le condizioni di fatiscenza in cui esso versava, contribuivano a rendere ancor più sinistri tali ambienti.

xix Ci si riferisce alle volte a botte, d’epoca medioevale, che costituiscono i fondi dell’Eremo.

xx Uno degli edifici che costituiscono il complesso dell’Eremo, per la sua altezza, la poderosa struttura bastionata, e la somiglianza ad una torre, ricorda molto da vicino una costruzione medioevale di tipo militare. Non è escluso che, per la sua posizione di frontiera, il luogo potesse essere stato, in antico, fortificato. Molti monasteri ed abbazie si dotarono, infatti, di torri a difesa dei monaci. Non lontano dall’eremo sorgevano, poi, due castelli di probabile origine altomedioevale: il Castrum Montis Persici ed il Castrum Tieghi.

xxi Quello della presenza all’eremo di falsari di monete è un tema che ricorre in quasi ogni scritto sul luogo religioso.

xxii Si tratta del Beato Tomasso da Costacciaro (1262 – 1337 ca.), converso della Congregazione Camaldolese.

xxiii Ci si riferisce, forse alla pieve di San Paterniano di Scheggia, alla parrocchia di San Bernardino di Pascelupo, o alla chiesa di San Michele Arcangelo di Coldipeccio.

xxiv Il parroco di Pascelupo, al quale competeva la custodia dell’eremo primitivo, si rivelò subito molto avverso all’insediamento degli eremiti guidati dal Beato Paolo.

xxv La ricorrente caduta di massi dalle pareti sovrastanti l’Eremo, che provocò, tra l’altro, notevoli danni alle strutture murarie, spinse spesso i monaci alla risoluzione di abbandonare temporaneamente, o definitivamente, il romitorio. Pressappoco all’epoca dell’abbandono dell’Eremo da parte dei monaci (1925), fra gli abitanti di Villa Col de’ Canali circolava la credenza che, per le precarie condizioni di stabilità, gli edifici costituenti il romitorio stesso fossero stati assicurati alla balza sovrastante per mezzo di grandi catene. Sulla base di questo verosimile racconto, non è difficile dare un’interpretazione plausibile al nome di una rupe, aggettante sull’eremo medesimo: Balza ’Ncatenata, ‘balza incatenata’. La balza potrebbe essere stata vincolata con catene perché minacciava di rovinare a valle, o perché ad essa potesse essere assicurato qualche manufatto pericolante.

xxvi È la cascata che gli Eremiti del XVIII secolo chiamavano Rivolo e che i Pascelupani definiscono, ancora oggi, La Piscia.

xxvii Pro onere, vale a dire, probabilmente: ‘a causa del suo stesso peso, per forza di gravità’.

xxviii Grossa aqua, sta per: ‘grande quantità d’acqua’.

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Vincenzo Silvestrelli

Vincenzo Silvestrelli

Presidente di Eticamente. Ha lavorato presso ELIS e presso Banca dell'Umbria