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La lettera Testem benevolentiae al cardinale Giacomo Gibbons e la questione dell’americanismo

1 Lug, 2026
di Vincenzo Silvestrelli

Sommario: 1. La Lettera apostolica Testem benevolentiae nostrae del 1899. – 2, La questione dell’Americanismo. – 3. La critica dell’Americanismo nella lettera Testem benevolentiae; a) La dottrina può essere ignorata o mutata in nome di pretese esigenze della prassi; b) Sottovalutazione o eliminazione della vita interiore ossia del rapporto con Gesù Cristo; c) La “disciplina del vivere” può essere mitigata  in rapporto alla “diversità dei tempi e dei luoghi; d) La questione della libertà individuale; e) La questione dello Spirito Santo; f) Virtù naturali e soprannaturali, virtù attive e passive.  – 4. La Lettera apostolica Vigesimo Quinto Anno del 1902 sugli errori dell’età presente.

  1. La Lettera apostolica Testem benevolentiae nostraedel 1899

Testem benevolentiae nostrae (= TB) è una lettera apostolica redatta da Papa Leone XIII e indirizzata al cardinale James Gibbons (Baltimora 1834-1921), arcivescovo di Baltimora, in data 22 gennaio 1899, in cui viene espressa la condanna del cosiddetto americanismo: “Litterae Ssmi D. N. Leonis XIII ad Emum Card. Iacobum Gibbons Archiepiscopum Baltimorensem, quoad opiniones nonnullas quae indicantur nomine Americanismi*”.

La lettera è posteriore di otto anni alla Rerum Novarum (1891), in cui, in rapporto ai problemi posti dalla “questione operaia”, si era tenuto conto, sia pure implicitamente, dell’azione sociale che significativi gruppi di cattolici stavano promuovendo da alcuni anni soprattutto negli Stati Uniti e in Inghilterra. Negli Stati Uniti alla testa dell’associazione operaia «Knights of Labour», che contava oltre 750.000 aderenti, c’era il cattolico Terence V. Powderley (1849-1924), sostenuto proprio dal cardinale James Gibbons. In Inghilterra il cardinale Henry Edward Manning (1808-1892) aveva appoggiato, “tra la meraviglia e lo sconcerto di troppi pusilli”, il grande sciopero operaio scoppiato a Londra il 13 agosto 1889:

 

Qualcuno dall’altra sponda, tra i vecchi conservatori, dice allora: «Quanto V. E. sta facendo è del puro socialismo ». Manning gli risponde: «che per voi sia del socialismo non m’interessa, per me questo è puro cristianesimo ». Leone XIII manda le felicitazioni al Cardinale! Fra due anni uscirà la grande Enciclica, che è l’apologia cattolica del lavoro.

 

L’aver riconosciuto la centralità della questione operaia e l’aver sostenuto e giustificato l’azione sociale dei cattolici costituisce un passo necessario di modernizzazione, per così dire, della Chiesa, se si vuole usare questo termine, peraltro equivoco, che sarebbe meglio sostituire con «comprensione degli aspetti specifici della Modernità». Ma questa modernizzazione o comprensione della Modernità nulla ha che fare, nel pensiero di Leone XIII, con mutamenti o presunti adeguamenti della dottrina cattolica trasmessa dalla tradizione. TB è interessante, anzi fondamentale, proprio a tal riguardo, ossia come puntualizzazione della posizione della Chiesa e dei cattolici in rapporto alla ricorrente tentazione di adeguarsi al mondo.

  1. La questione dell’Americanismo

Maturato in seno al cattolicesimo degli Stati Uniti, l’Americanismo era un movimento energicamente attivista, benintenzionato e ottimista. Secondo gli “americanisti”, la perfezione cristiana esigeva di esplicare la massima energia nelle attività sociali e caritative, volte al bene della società. Quanto alle virtù inferiori – l’umiltà e l’obbedienza, l’abnegazione, il sacrificio, la preghiera – erano ritenute ormai un residuo del passato; un ostacolo oggi più che un aiuto alla perfezione cristiana, perché finiva per formare anime deboli e vili anziché caratteri forti, virili e vitali quali occorrevano nella società americana. […] [I]l Vangelo doveva essere reso più “simpatico” e più aderente alle aspirazioni dell’uomo moderno  mitiga[ndone] i rigorismi “medievali” della vita cattolica […].

Nei cristiani attivamente dediti ad opere di bene, tutti assorbiti nel “fare” pratico, lo Spirito Santo – dicevano – parla direttamente, guidandoli. La lettura del breviario e l’obbligo dell’orazione quotidiana può essere di ostacolo all’agire, che è quel che conta; l’adesione ai voti religiosi non ha più l’antica importanza, anzi può inceppare chi si dedica alle buone opere. L’Americanismo era un movimento potente ed efficace, ben inserito nella mentalità statunitense. I suoi fautori fondavano ospedali, aprivano scuole, raccoglievano fiumi di dollari per ogni genere di ben organizzate opere assistenziali. Ma Leone XIII vi vide un grave pericolo spirituale. Si trattava di “una sorta di modernismo avanti lettera”. Qualche anno prima, nel 1893, sulle pagine della Revue d’Histoire et Littérature Religieuse Alfred Loisy (1857-1940) aveva “nega[to] la paternità mosaica del Pentateuco e la storicità dei primi capitoli del libro della Genesi, mettendo in discussione la storicità delle Scritture e proponendo la tesi dello sviluppo dell’idea di Dio e del destino umano”. Il modernismo sarà, come è noto, analizzato e condannato nel 1907 dal successore di Leone XIII Pio X con l’enciclica Pascendi.    L’attenzione di Leone XIII fu rivolta invece all’Americanismo, che si configurava, al di là delle intenzioni soggettive dei suoi sostenitori, come una anticipazione del modernismo. Al cattolicesimo americano il Papa aveva sempre guardato con grande interesse:

[n]el 1893 il pontefice aveva voluto istituire una delegazione apostolica a Washington, nonostante il parere negativo della maggioranza dei vescovi americani. Nel 1884 aveva eretto a Collegio pontificio il Collegio Nordamericano, con un regolamento “convenientemente temperato e opportunamente adattato”, favorendo, nel 1895, l’istituzione dell’Università cattolica di Washington. Nello stesso anno, in occasione dell’invio di un suo rappresentante alle celebrazioni per la ricorrenza della scoperta dell’America, L[eone XIII] indirizzò l’enciclica Longinqua oceani alla Chiesa americana, nella quale sottolineò la particolare condizione di libertà che la Chiesa godeva negli Stati Uniti […]

 

Leone XIII era in buoni rapporti col cardinale James Gibbons, destinatario della Lettera apostolica. Gibbons aveva difeso con successo i Knights of Labor (“Cavalieri del Lavoro”) contro la condanna dell’episcopato canadese; aveva

 

ricevuto il leader del sindacato, che portava il curioso titolo di Master Worker of the Knights (“Mastro Lavoratore dei Cavalieri”), che era un cattolico praticante [e] che gli assicurò di non essere un massone […] Con l’appoggio del cardinale Henry Edward Manning ottenne dal Sant’Uffizio la revisione della condanna e il suo annullamento. Si guadagnò così la reputazione di amico dei lavoratori, sebbene deplorasse la coscienza di classe e condannasse forme violente di protesta. Ebbe anche un ruolo importante nella stesura dell’enciclica Rerum Novarum, dove, sempre con l’appoggio del cardinal Manning, riuscì a far modificare il testo originario che ammetteva le società miste di padroni e operai, estendendo la legittimità anche alle società di soli operai. Questa modifica segnò il beneplacito della Chiesa cattolica verso il sindacalismo moderno.

 

Il termine «americanismo» venne coniato in occasione della traduzione in francese nel 1897 di una biografia di I. Thomas Hecker, fondatore dei Paulist Fathers, scritta da padre Walter Eliott e uscita a New York qualche anno prima, nel 1891, col titolo The Life of Father Hecker. A questa traduzione era premessa una introduzione dell’abate Felix Klein: Hecker veniva “presentato come un prete del futuro, desideroso di abolire le barriere che tenevano fuori della Chiesa i moderni infedeli”, e apparentato in qualche modo a Loisy e al teologo irlandese modernista George Tyrrell Sj (1861-1909).

Isaac Thomas Hecker (New York 1819-1888), di famiglia luterana originaria della Prussia, dopo essersi convertito al Metodismo, nel 1844 era entrato nella Chiesa cattolica. Nel 1858, sotto il pontificato di Pio IX, aveva fondato la Società missionaria di San Paolo Apostolo, i Paulist Fathers. per le missioni popolari negli Stati Uniti, “la quale si proponeva di inserire il pragmatismo tipico americano nella vita cristiana e di accordare il Cattolicesimo con le tendenze moderne. Nel 1865 [aveva] fond[ato] la prima rivista cattolica d’America che ebbe subito una grande diffusione, The catholic World”. Il biografo di Hecker, Walter Elliot, ne amplificò le opinioni americaniste, che vennero, come si è detto, “raccolte e volgarizzate in francese” da  Felix Klein” nella introduzione alla traduzione francese della biografia di Hecker. E proprio da Hecker prende le mosse la Lettera apostolica di Leone XIII.

Le opinioni americaniste, esposte peraltro dagli americanisti senza organicità, possono essere sintetizzate nei cinque punti seguenti:

  1. La chiesa per ottenere maggiori conversioni deve adattarsi alle esigenze moderne fino a mitigare la rigidezza, non soltanto della disciplina, ma anche in alcuni aspetti del dogma.
  2. Si deve concedere maggiore spirito di libertà all’individuo, come nelle questioni civili, così anche in quelle di fede e di morale; la direzione spirituale è meno necessaria, poiché occorre lasciare spazio all’azione dello Spirito Santo.
  3. Le virtù naturalisono preferibili a quelle soprannaturali, perché sono più consone ai tempi moderni.
  4. Le virtù comunemente dette attive(azione, apostolato, organizzazione) sono da anteporre a quelle denominate passive (mortificazione, penitenze, obbedienza, contemplazione) e occorre concentrarsi su di esse.
  5. Nei tempi moderni i voti religiosisono da considerare, di conseguenza, poco efficaci alla perfezione cristiana.
  6. La critica dell’Americanismo nella lettera Testem benevolentiae

 

Nella lettera Testem benevolentiae, dopo aver lodato “l’indole egregia” del popolo americano, Leone XIII precisa di voler evidenziare “alcuni punti da evitarsi e correggersi” in quella tendenza che va sotto il nome di americanismo. Qual è il punto essenziale, il fondamento di questa tendenza? Esso può essere così sintetizzato:

 

  1. a) La dottrina può essere ignorata o mutata in nome di pretese esigenze della prassi

perché coloro che dissentono possano più facilmente essere condotti alla dottrina cattolica, la chiesa deve avvicinarsi maggiormente alla civiltà del mondo progredito, e, allentata l’antica severità, deve accondiscendere alle recenti teorie e alle esigenze dei popoli. E molti pensano che ciò debba intendersi, non solo della disciplina del vivere, ma anche delle dottrine che costituiscono il “deposito della fede”. Pretendono perciò che sia opportuno, per accattivarsi gli animi dei dissidenti, che alcuni capitoli di dottrina, per così dire di minore importanza, vengano messi da parte o siano attenuati, così da non mantenere più il medesimo senso che la chiesa ha tenuto costantemente per fermo.

 

Ma la dottrina, ricorda il Papa, non può essere ignorata o modificata dagli uomini, poiché, come affermato dal Concilio Vaticano (primo), essa non è “un’invenzione di filosofi, proposta da perfezionare alla umana ragione, ma come un deposito divino fu data alla sposa di Cristo da custodire fedelmente e dichiarare infallibilmente”. Da questo punto di vista anche il silenzio su alcuni punti non è accettabile: tutte le verità, di cui autore è il Figlio di Dio, vanno proclamate a tutti: “Andate e ammaestrate tutte le genti, insegnando loro ad osservare tutte le cose che io vi ho prescritto; e io sono con voi tutti i giorni fino alla consumazione dei secoli” (Mt 28,19-21).

 

  1. b) Sottovalutazione o eliminazione della vita interiore ossia del rapporto con Gesù Cristo

 

Il punto essenziale di questa tendenza è l’assunzione dell’attivismo moderno come criterio per proporre una nuova versione del Cristianesimo adeguata, così si dice, ai tempi. In tal modo viene sottovalutata, anzi in fondo eliminata, la vita interiore, la quale, invece, per il Cristiano,

 

è più necessaria dell’azione esterna. Anzi la seconda [l’azione esterna] diventa sterile senza la prima [la vita interiore]; a poco a poco, il cristiano attivo assorbito e distratto dalla propria salvezza nel “fare” finisce per fidare nelle proprie qualità ed essere spinto dal desiderio del successo. Peggio: finisce per credere di essere utile a Dio.

 

Il Papa ricordava

 

che il fine della fede cristiana sta nel perseguire l’intimità personale con Gesù. L’attivismo, anche il più benefico, non deve mai distogliere da questo scopo, da cui dipende la salvezza della propria anima. “Che ti serve conquistare il mondo, se poi perdi l’anima tua? […] Con le migliori intenzioni, rischia di cercare, per orgoglio, la soddisfazione dell’amor proprio. Nelle opere esterne di bene c’è infatti un’attrattiva, un’autosoddisfazione, di cui la natura umana è assetata anche più che dei piaceri delle opere cattive. Occorre stare in guardia contro questo egoismo raffinato del “ben operare”, che uccide le grazie attuali.

 

Il Papa delle encicliche sociali, il papa della Rerum Novarum riafferma qui il primato della contemplazione sull’azione sociale, fedele all’insegnamento evangelico: “Quel giorno che Maria si sedette ai piedi di Gesù, e Marta sua sorella tutta affaccendata a servire protestò col Signore: “Dille che mi aiuti”. Rispose Gesù: “Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti affanni per troppe cose. Invece una sola cosa è necessaria. Maria ha scelto la parte migliore, che nessuno le toglierà”.

 

  1. c) La “disciplina del vivere” può essere mitigata in rapporto alla “diversità dei tempi e dei luoghi”

 

La necessaria intransigenza sul piano dottrinale si concilia peraltro, sottolinea il Papa, senza contraddizioni con una possibile mitigazione della “disciplina […] del vivere” “secondo la diversità dei tempi e dei luoghi”.

 

Ha la chiesa, comunicatale dal suo Autore, un’indole clemente e misericordiosa; perciò, fin dal suo nascere, adempì di buon grado ciò che l’Apostolo Paolo di sé professava: “Mi sono fatto tutto a tutti, al fine di salvare tutti” (1 Cor 9,22). – Ed è testimone la storia di tutte le età passate che questa sede apostolica, a cui fu affidato non solo il magistero ma anche il supremo governo di tutta la chiesa, rimase bensì costante “nello stesso dogma, secondo lo stesso senso e la stessa opinione” (Dei Filius c. IV), e fu sempre solita regolare il modo di vivere così che, salvo il diritto divino, non trascurò mai i costumi e le esigenze di tanta diversità di popoli, che essa abbraccia.

Questa mitigazione eventualmente necessaria per motivi storici contingenti deve in ogni caso essere giudicata e approvata dalla Chiesa.

 

  1. d) La questione della libertà individuale

 

Infatti il maggior pericolo è costituito dal proposito di introdurre nella Chiesa una malintesa libertà individuale, per cui “diminuita quasi la forza e la vigilanza dell’autorità, sia lecito ai fedeli abbandonarsi alquanto più al proprio arbitrio e alla propria iniziativa. E ciò affermano richiedersi sull’esempio di quella libertà, che, posta in voga di recente, forma quasi unicamente il diritto e la base della convivenza civile.” Si tratta della estensione indebita di un concetto civile e politico di libertà alla vita della Chiesa. Non a caso il Papa ricorda qui la sua enciclica del 1888 “Libertas” “Sulla libertà e il liberalismo” “dove dimostrammo ancora qual divario corra fra la chiesa, che esiste per diritto divino, e le altre società, che debbono la loro esistenza alla libera volontà degli uomini.” Nell’enciclica del 1888 Leone XIII aveva precisato che ammettere, entro certi limiti (storicamente variabili), le libertà del Liberalismo (di parola, stampa, culto, ecc.) era del tutto compatibile con il rifiuto anche sul piano pubblico dell’equiparazione tra vero e falso, tra bene e male; si trattava eventualmente di permettere il male onde evitare un male ancora peggiore e onde ottenere un bene possibile.

Per quanto riguarda la libertà nella Chiesa, Leone XIII nella lettera che stiamo analizzando sottolinea il malinteso seguente: si ammette, si dice, l’infallibilità del Papa, ma “[p]osto questo magistero perciò al sicuro, si può lasciare ad ognuno più largo campo, sia nel pensare, sia nell’operare”.  Leone XIII precisa a tal riguardo:

 

Non intendiamo Noi certamente ripudiare tutte le conquiste del genio dei nostri tempi; che anzi quanto di vero con lo studio, o di buono con l’operosità, si ottenne, Noi lo vediamo con piacere aggiungersi e accrescere il patrimonio della scienza e dilatare i confini della pubblica prosperità. Ma tutto questo, perché non venga privato di solida utilità, deve esistere e svilupparsi nel rispetto dell’autorità e della sapienza della chiesa.

 

  1. e) La questione dello Spirito Santo

 

Quali conseguenze derivano dalle opinioni finora esposte?

 

Se in queste, l’intenzione, come Noi crediamo, non è biasimevole, difficilmente invece le cose potranno sfuggire ad ogni sospetto. Innanzitutto, per coloro che vogliono tendere all’acquisto della perfezione cristiana, si rigetta, come superfluo anzi come poco utile, ogni esterno magistero; lo Spirito Santo, dicono, ora, meglio che nei tempi passati, effonde larghi e copiosi i suoi carismi sulle anime dei fedeli, e con un certo misterioso impulso le ammaestra e le conduce, senza alcun intermediario.

 

È vero che lo Spirito Santo opera “con azione misteriosa” nelle “anime dei giusti”,

Ma, lo sappiamo pure per esperienza, questi avvisi e impulsi dello Spirito Santo, il più delle volte, non si sentono senza un certo aiuto e una specie di preparazione del magistero esterno. A questo riguardo dice s. Agostino; “Lo Spirito Santo coopera al frutto dei buoni alberi, esternamente irrigandoli e coltivandoli per mezzo di qualche intermediario, e internamente dando lui stesso l’incremento”.
Appartiene ciò infatti a quella legge ordinaria, con la quale Dio provvidentissimo, come decretò di salvare comunemente gli uomini per mezzo degli uomini, così stabilì di non condurre ad un grado più alto di santità coloro, che da lui vi sono chiamati, se non per mezzo degli uomini, “affinché, come dice il Crisostomo, l’insegnamento di Dio ci giunga mediante gli uomini”. Di ciò abbiamo un esempio illustre negli stessi inizi della chiesa: quantunque Saulo, “spirante minacce e stragi” (At 9,1), avesse udita la voce dello stesso Cristo e gli avesse domandato: “Signore, che vuoi che io faccia?”, fu mandato in Damasco ad Anania; “Entra nella città, e quivi ti sarà detto ciò che tu debba fare” (At 9,6),

 

L’aiuto dello Spirito Santo sarebbe necessario, osserva il Papa, innanzitutto nell’esercizio delle virtù. Ma proprio a tal riguardo i novatori hanno una posizione profondamente errata.

 

  1. f) Virtù naturali e soprannaturali, virtù attive e passive

 

Infatti essi “lodano oltre misura le virtù naturali, quasi che queste rispondano meglio ai costumi e alle esigenze dell’età presente, e più giovi il possederle, perché rendono l’uomo più disposto e più alacre all’operare”. Già questa anteposizione delle virtù naturali alle soprannaturali è sorprendente, dal momento che l’esercizio delle virtù naturali è connesso ed anzi dipende da quelle delle virtù sopranaturali ossia dalla Grazia:

 

Ma chi fra gli uomini (benché talora non manchino insigni atti di virtù naturale da ammirare) possiede veramente “l’abito” delle virtù naturali? Chi infatti, non prova in sé le passioni, e ben veementi? Per superare le quali, costantemente, come pure per osservare tutta intera la legge naturale, abbisogna l’uomo di un aiuto divino. E quegli stessi atti singolari, ai quali ora abbiamo accennato, spesso, se meglio si osservano, hanno piuttosto l’apparenza che non la realtà della virtù, Ma ammettiamo pure che siano atti virtuosi. Se non si vuole “correre invano”, e dimenticare la beatitudine eterna, a cui Dio per sua benignità ci destina, quale utilità presentano le virtù naturali, senza la ricchezza e la forza che ad esse dona la grazia divina?

 

Di tenore analogo è la distinzione tra virtù “passive” e “attive”, le prime “più convenienti nelle età trascorse, e le altre [che] si confanno meglio nell’età presente”.

Dal che segue il disprezzo per la vita religiosa considerata inadatta all’età presente:

 

Da questo per così dire disprezzo delle virtù evangeliche, che a torto sono chiamate “passive”, era naturale che penetrasse, a poco a poco, negli animi anche il disprezzo della stessa vita religiosa, E che ciò sia comune nei fautori delle nuove opinioni, lo cogliamo da certe loro affermazioni intorno ai voti che vengono emessi negli ordini religiosi. Infatti essi dicono che questi voti si allontanano moltissimo dall’indole dell’età nostra, perché restringono i confini dell’umana libertà; e sono più adatti per gli animi deboli che per i forti; né molto giovano alla cristiana perfezione e al bene della società umana: anzi ad entrambi si oppongono e sono d’impedimento. Ma quanto di falso vi sia in tali affermazioni, si deduce dalla pratica e dalla dottrina della chiesa, che sempre altamente approvò la vita religiosa.

 

La conclusione è chiara:

 

Da quanto dunque finora abbiamo esposto appare chiaro, diletto Figlio Nostro, che Noi non possiamo approvare le opinioni, il cui complesso alcuni chiamano col nome di “americanismo”. Con tale nome se si vogliono significare le doti speciali d’animo, che, come ogni nazione le proprie, ornano i popoli americani; ovvero lo stato delle vostre città, le leggi e i costumi di cui usate; non v’è ragione perché stimiamo di rigettarlo. Ma se tal nome si debba adoperare, non solo per indicare, ma anche per coonestare le dottrine sopra esposte, qual dubbio v’è che i venerabili Nostri fratelli vescovi dell’America saranno essi i primi a ripudiarlo e condannarlo come altamente ingiurioso a loro e a tutta la loro nazione? Sarebbe davvero quello sospettare esservi presso voi chi si immagini e voglia una chiesa in America, diversa da quella che abbraccia tutti gli altri paesi. Una, per unità di dottrina come per unità di regime, è la chiesa, e questa è cattolica: il cui centro e fondamento avendo Dio stabilito nella cattedra del beato Pietro, a buon diritto ha il titolo di romana, infatti “dove è Pietro ivi è la chiesa”. Perciò chiunque voglia essere ritenuto cattolico, deve con sincerità ripetere le parole di Girolamo al papa Damaso; “Io nessun altro seguendo come capo se non Cristo, mi unisco alla tua beatitudine, cioè alla cattedra di Pietro; su quella pietra so che è edificata la chiesa; chi non raccoglie con te, dissipa”.

Va detto che nello stesso 1899 i cattolici americani si sottomisero prontamente e senza condizioni agli ammonimenti di Leone XIII: così monsignor J. Ireland, arcivescovo di S. Paolo del Minnesota che scrisse al pontefice il 22 gennaio, e naturalmente il cardinale Gibbons, “che assicurò il papa che nessun cattolico americano colto si riconosceva in quelle tesi”. Si sottomisero anche Elliot e Klein. In genere i cattolici americani negarono di sostenere o aver sostenuto le opinioni condannate e negarono che tali opinioni fossero state condivise da Hecker.

 

 

 

  1. La Lettera apostolica Vigesimo Quinto Annodel 1902 sugli errori dell’età presente

 

Del 19 marzo 1902 è la lettera apostolica Annum Ingressi ovvero Vigesimo Quinto Anno sugli errori dell’età presente, a tutti i Patriarchi, Primati, Arcivescovi e Vescovi del mondo cattolico. In essa Leone XIII diagnostica, per così dire, i mali dell’età presente e traccia, insieme, una sorta di bilancio del suo lungo pontificato, configurandosi, per usare le sue stesse parole, “quasi testamento che, poco discosti come siamo dalle porte dell’eternità, vogliamo consegnare alle genti con desiderio e con augurio di comune salute”.

 

La situazione attuale è caratterizzata da un allontanamento dal Cristianesimo, anzi da un vero e proprio attacco all’opera di Gesù Cristo:

 

Chi può […] ignorare quanto larga cospirazione di forze miri oggidì a rovesciare e

disperdere la grande opera di Gesù Cristo, tentando con una pertinacia che non conosce confini di distruggere nell’ordine intellettuale il tesoro delle Celesti dottrine, sovvertire nell’ordine sociale le più sante, le più salutifere istituzioni cristiane?

 

Si tratta di una vera e propria guerra contro la Chiesa, che investe le condizioni di base della società contemporanea, la quale,

 

per l’abbandono delle grandi tradizioni cristiane, se molto già si travaglia moralmente e materialmente, a peggio s’incammina, essendo legge di Provvidenza, confermata dalla storia, non potersi scalzare i grandi principi religiosi, senza commuovere le basi del prospero vivere civile. Fra tali condizioni, a rifornire opportunamente gli animi di lena, di coraggio, di fede, giova il considerare nella sua genesi, nelle sue cause, nelle svariate sue forme, la guerra che arde ai danni della Chiesa e rilevarne le funeste conseguenze, e additarne i rimedi. Onde, pur richiamando quanto altre volte fu detto, suoni alto la Nostra parola, e non soltanto ai devoti figli della cattolica unità, ma ai dissidenti altresì, ed anco ai miseri che non credono, tutti essendo figli dell’istesso Padre, e ordinati allo stesso bene supremo; e suoni quasi testamento che, poco discosti come siamo dalle porte dell’eternità, vogliamo consegnare alle genti con desiderio e con augurio di comune salute.

 

In ogni tempo, peraltro, la Chiesa ha dovuto sostenere contrasti e persecuzioni, così come il suo divino Fondatore, che tutto questo aveva predetto

 

Qual meraviglia pertanto se la Chiesa cattolica, che è la continuazione della Sua divina missione e la depositaria incorruttibile delle Sue Verità, incontrò la medesima sorte? Il mondo è sempre uguale a se stesso; accanto ai figli di Dio si trovano costantemente i satelliti di quel grande avversario del genere umano che, ribelle all’Altissimo fin da principio, viene designato nel Vangelo come il principe di questo mondo; e perciò il mondo dinanzi alla legge e a chi gliela presenta in nome di Dio, sente rinfocolarsi in uno smisurato orgoglio lo spirito di una indipendenza, a cui non ha diritto.

 

Nonostante le persecuzioni dell’Impero Romano, le invasioni barbariche, la diffusione dell’Islam, la Chiesa riuscì nel corso dei secoli a costruire una civiltà cristiana, salvando il patrimonio della civiltà classica all’interno del nuovo spirito del Vangelo:

 

dilatando sempre più le sue pacifiche tende, salvando il glorioso patrimonio delle arti, della storia, delle scienze, delle lettere e facendo penetrare profondamente nella compagine dell’umano consorzio lo spirito del Vangelo, formò appunto quella civiltà che fu chiamata cristiana e che apportò alle nazioni, che ne raccolsero il benefico influsso, la equità delle leggi, la mitezza dei costumi, la protezione dei deboli, la pietà pei poveri e per gl’infelici il rispetto ai diritti e alla dignità di tutti, e quindi, per quanto è possibile in mezzo alle tempeste umane, quel riposato vivere civile, che deriva dal migliore accordo tra la libertà e la giustizia.

 

Ma nel corso della Modernità questa civiltà è stata sempre più sottoposta ad attacchi, a cominciare dalla “così detta Riforma del secolo sedicesimo” col rifiuto del Primato petrino e il principio del libero esame. Una seconda tappa decisiva della crisi si colloca nel XVIII secolo:

 

Dischiuso così il cammino, sopraggiunge il filosofismo orgoglioso e beffardo del secolo decimottavo, e va più oltre. Ei toglie a scherno il sacro codice delle Scritture e ripudia in fascio tutte le Verità divinamente rivelate, coll’intento finale di spegnere nella coscienza delle nazioni ogni religiosa credenza, ogni alito di spiriti cristiani. Uscirono da queste fonti i funesti e deleteri sistemi del razionalismo e panteismo, del naturalismo e materialismo, che instaurano sotto nuova sembianza errori antichi già pur confutati vittoriosamente dai Padri e apologisti dei tempi cristiani: di guisa che i superbi delle moderne età, per troppo voler vedere da sé, traveggono, vaneggiando col gentilesimo perfino intorno agli attributi dell’anima propria, e alle sorti immortali che la privilegiano.

 

Questo attacco presenta un aspetto di novità ossia di maggiore gravità rispetto al passato, un salto di qualità che non va sottovalutato:

 

La guerra alla Chiesa assumeva per tal modo un aspetto di maggior gravità che in passato, non meno per la veemenza, che per l’universalità dell’assalto. Poiché l’odierna miscredenza  non si ferma al dubbio o alla negazione di questa o quella Verità di Fede, ma impugna bensì il complesso dei principi consacrati dalla Rivelazione e suffragati dalla sana filosofia: di quei principi sacrosanti e fondamentali, che apprendono all’uomo, lo contengono nel dovere, gl’infondono coraggio e rassegnazione, e promettendogli incorruttibile giustizia e beatitudine perfetta al di là della tomba, gli inculcano di subordinare il tempo all’eterno, la terra al cielo. E che si sostituisce a questi dettami, a questi incomparabili conforti della Fede? Uno spaventoso scetticismo che agghiaccia i cuori e soffoca ogni magnanima aspirazione della coscienza.

 

Il Cristianesimo viene rifiutato in toto, in favore di un vero e proprio “sistema di ateismo pratico”, che comporta una serie di importanti conseguenze sul piano politico e su quello della vita quotidiana:

 

Grandi e possenti Stati vanno di continuo traducendo[…]in pratica [funeste dottrine anticristiane], avvisandosi di capitanare in tal maniera i progressi del comune incivilimento. E quasi non dovessero i pubblici poteri accogliere e rispecchiare in se quanto v’ha di più sano nella vita morale, si tengono sciolti dal dovere di onorare pubblicamente lddio; e troppo sovente accade, che vantandosi indifferenti a tutte le religioni, osteggiano l’unica stabilita da Dio.

Dal quale sistema di ateismo pratico doveva necessariamente derivare, e derivò una profonda perturbazione dell’ordine morale, per essere la religione il precipuo fondamento della giustizia e dell’onestà, come pure intravidero famosi savi dell’antichità pagana. Poiché rotti i vincoli che legano l’uomo a Dio, assoluto ed universale legislatore e giudice, non si ha più che una parvenza di morale puramente civile o, come dicono, indipendente, la quale prescindendo dalla ragione eterna e dai divini precetti, mena inevitabilmente per la propria china all’ultima e fatale conseguenza di costituire l’uomo legge a se stesso. Il quale, incapace di adergersi sull’ali della speranza cristiana ai beni superni, non cercherà che un pasto terreno nella somma dei godimenti e degli agi della vita, acuendo la sete dei piaceri, la cupidigia delle ricchezze, l’avidità dei rapidi e smodati guadagni senza riguardo a giustizia, infiammando le ambizioni e la smania di appagarle anche illegittimamente; e ingenerando infine il disprezzo delle leggi e della pubblica autorità e una generale licenza di costumi, che trae seco un vero decadimento della civiltà.  3

 

La prima istituzione ad essere colpita da questa perturbazione è la famiglia. Viene colpita poi l’autorità nell’ordine sociale e politico. L’ordine internazionale è ridotto ad “un sistema di egoismo e di gelosia” e la “forza materiale” diventa “la legge suprema del mondo”. “Le misere condizioni di tanta parte del popolo minuto” vengono strumentalizzate dagli agitatori e dalla “fazioni socialistiche”. Infine, conseguenza estrema ma coerente, “una vera associazione di delinquenti” ossia “gli anarchici, [si] propon[gono] di distruggere, con tutti i mezzi che può suggerire una passione cieca e feroce, da cima a fondo l’ordinamento sociale” (3-4).

Sono questi i frutti della libertà, così come intesa dai moderni, ossia svincolata dalla legge naturale. Il richiamo implicito è qui all’Enciclica “Libertas” del 1888 “Sulla libertà e il liberalismo”.

 

Udimmo già esaltare al cielo i benefizi della libertà e magnificarla come farmaco sovrano e strumento incomparabile di pace operosa e di prosperità. Ma i fatti la chiarirono inefficace all’uopo. Conflitti economici, contese di classe, divampano da ogni parte, e di riposato vivere cittadino non si vedono pur gl’inizi. Che anzi ognuno può esser testimonio che la libertà, quale oggi la intendono, largita promiscuamente al vero e al falso, al bene e al suo contrario, non riuscì che ad abbassare quanto vi è di nobile, di santo, di generoso, e a spianare la via a delitti, a suicidi, ad ogni sfogo di volgari passioni. 4

 

Si è molto confidato nella diffusione dell’istruzione e nei progressi della scienza. Ma la prima, senza una solida base educativa religiosa e morale, è impotente a frenare i fenomeni degenerativi e la scienza, per quanto alimenti il progresso tecnico e

 

signoreggi[…] la materia, […] non ha potuto dar[e all’uomo] ciò che non ha; e le grandi questioni che si riferiscono ai suoi più alti interessi la scienza umana non le ha risolute; la sete di Verità, di virtù, dell’infinito, tornò inestinta; e la terra arricchita di tesori e di gioie e le accresciute comodità della vita non scemarono punto le morali inquietudini. (4)

 

Le indubbie conquiste del sapere e i progressi vanno naturalmente accolti con favore, ma il problema sta nel quadro complessivo, nei fondamenti valoriali della civiltà moderna e contemporanea, che è purtroppo caratterizzata dal “folle tentativo di emanciparsi da Dio”, dal rigetto del soprannaturale e della divina Rivelazione. Si tratta di una civiltà che si vuole anticristiana, che si “sottrae[…] alla vivificatrice efficienza del Cristianesimo, vale a dire alla più solida garanzia dell’ordine, al più potente vincolo della fratellanza, alla sorgente inesauribile delle virtù individuali e pubbliche”; siamo di fronte ad una “dissennata apostasia” che ha come conseguenza “lo sconvolgimento della vita pratica” (5).

 

Il rimedio pertanto non può essere che un ritorno al Cristianesimo nella vita pubblica. “Ma non è detto tutto: il ritorno al Cristianesimo non sarà rimedio verace e compiuto, se non significa ritorno e amore alla Chiesa una, santa, cattolica, apostolica” (5). A questo ritorno al Cristianesimo ed alla Chiesa sono stati indirizzati, sottolinea il Papa, tutti gli sforzi del suo pontificato:

 

[…] fin dall’esordio del Nostro Pontificato, Ci siamo studiosamente adoperati a mettere in vista e in rilievo i benefici intendimenti della Chiesa, e ad estenderne il più possibile col tesoro delle sue dottrine la salutare azione. E a questo fine furono diretti gli Atti precipui del Nostro Pontificato, segnatamente le Encicliche sulla filosofia cristiana, sulla libertà umana, sul matrimonio cristiano, sulla setta dei Massoni, sui poteri pubblici, sulla costituzione cristiana

degli Stati, sul socialismo, sulla questione operaia, sui principali doveri dei cittadini cristiani e sopra argomenti affini. Ma il voto ardente del Nostro cuore non fu quello soltanto d’illuminare le menti, sibbene di muovere e purificare i cuori, indirizzando i Nostri sforzi a far rifiorire in mezzo ai popoli le virtù cristiane. 5

 

Ma “i figli delle tenebre” continuano a scagliare contro la Chiesa assurde accuse, come quella di essere “nemica della scienza e della cultura”, “nemica della libertà”, di usurpare i diritti dello Stato e di invadere il campo politico. E in queste accuse si distingue la setta della Massoneria “della quale parlammo di proposito nella Nostra Enciclica “Humanum genus” del 20 Aprile 1884, denunziandone le malefiche tendenze, le false dottrine, le opere nefaste” (6). Il programma massonico intende estromettere del tutto l’insegnamento religioso dalle scuole, e in realtà scristianizzare l’intera società. Il sacerdozio e gli ordini religiosi cono vilipesi, colpiti da provvedimenti civili e “dannati all’ostracismo”. Colpito è lo stesso Romano Pontefice.

Ma non bisogna perdere la fiducia:

 

Noi siamo altamente contristati nell’intimo del cuore, non però trepidi degl’immortali destini della Chiesa. La persecuzione, come dicemmo da principio, è il suo retaggio, perché lddio ne trae beni più alti e preziosi, provando e purificando i Suoi figli. Ma pur permettendo le vessazioni e i contrasti, manifesta la Sua divina assistenza, che fornisce mezzi nuovi ed impensati, onde l’opera resta e ricresce senza che prevalgano le forze congiurate a suo danno. Diciannove secoli di vita, durata tra il flusso e riflusso delle umane vicende, insegnano che le tempeste non toccano il fondo, e passano. […]

Ecco mentre tante forze cospirano contro la Chiesa ed essa va destituita cotanto di aiuto e di appoggi umani, tuttavia giganteggia nel mondo ed estende la sua azione tra le genti più disparate sotto ogni clima. […]

[Si diffondono] opere svariatissime di zelo e di carità, tra i Vescovi e il clero e tra questo e il laicato cattolico, il quale va più compatto ed immune da rispetti umani, disciplinandosi all’azione, ridestandosi in una generosa gara per difendere la causa santa della Religione. […]

Niente più ovvio allora che, quasi polloni che germogliano appiè dell’albero, rinascano, si rinvigoriscano, e si ricompongano tante associazioni, quali anche ai nostri giorni ci allietano nel seno della Chiesa. 7-8

 

L’azione sociale dei cattolici, sempre più efficace in ampiezza e profondità, in unione con Magistero e con i suoi ministri, “mantenendosi in una sfera superiore alle passioni politiche”, concorre a quella rinascita cristiana, alla quale tutti, a cominciare da laici, possono e debbono contribuire. “Questo è il dovere dei Cattolici; il successo finale a Colui che veglia amorosamente e sapientemente sull’immacolata Sua Sposa, e del quale sta scritto: “/Jesus Christus heri, et hodie: ipse et in saecula” (Eb 13,8)”. (8)

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Vincenzo Silvestrelli

Vincenzo Silvestrelli

Presidente di Eticamente. Ha lavorato presso ELIS e presso Banca dell'Umbria