Quando gli uomini originari di Costacciaro si presero il monte Cucco

da | 27 Set, 23 | Convegni, Eventi

Correva l’anno del Signore 1289, quando molti degli “homines”, cioè dei primissimi Uomini Originari di Costacciaro, si sottoposero a lunghe ed estenuanti deposizioni, in un processo, celebratosi a Gubbio, tra l’aprile dello stesso anno ed il 1290. Il procedimento contrapponeva il monastero benedettino avellanita di “Sanctus Andreas de Insula Filiorum Manfredi” (l’attuale “Badia”) e la sua casa madre di Fonte Avellana, da una parte, e gli abitanti del castello di “Colle Stazarii” (l’odierno Costacciaro), dall’altra. In diciassette pergamene, conservate presso l’archivio del Collegio Germanico in Roma (e pubblicate nel volume VII delle Carte di Fonte Avellana), possiamo, ancor oggi, leggere come si svolse il dibattimento. I fatti in questione risalivano al 1265, quando il Castello Costacciaro ed i suoi due Sindaci, Ugolinus e Bentivolia, furono bollati di scomunica da parte del Papa Clemente IV.

La causa principale del contendere era rappresentata dalla circostanza secondo la quale gli Uomini di Costacciaro (forse al tempo in cui Podestà di Gubbio era Fuffutius, o il nobile e scelto uomo Andrea di Marano, e, Priori, Paolo di Angelo da Perugia, e lo stesso Fuffutius, già, come detto, podestà di Gubbio) avrebbero impedito ai pastori del monastero benedettino avellanita di Sant’Andrea de Insula Filiorum Manfredi di pascere greggi e far pascolare armenti sul Monte Cucco, li avrebbero scacciati di là, e, perché mai più vi facessero ritorno, avrebbero messo, in pieno accordo col capitano dello stesso Castello di Costacciaro, a fare vigilanza armata, alcuni guardiani (“custodes”). Col transito e la sosta dei bestiami, infatti, i pecorai di Sant’Andrea dell’Isola avrebbero arrecato gravi danni a quei luoghi, così tanto faticosamente lavorati, e seminati, dagli Uomini di Costacciaro.

Dagli atti del processo, cui presenziarono sempre i Sindaci delle parti in causa, il Podestà di Gubbio, e le autorità ecclesiastiche di Fonte Avellana e Sant’Andrea dell’Isola, si desume come questi “homines” avessero consuetudinariamente acquisito, già da almeno venti, o trenta, anni prima della costruzione del castello, da parte degli Eugubini, vale a dire attorno al 1200 circa, il diritto di pasturare, lignare e rancare (cioè ricavare ranchi, “rancora”, per la coltivazione di cereali) su almeno una parte del massiccio del Cucco. L’imperativo categorico degli Uomini di Costacciaro si può esemplificare benissimo con un’espressione, impiegata nel medesimo processo: “Rancare et, de locis incultis, facere culta”, cioè ‘dissodare e trasformare i luoghi incolti in aree coltivate’. Il Monte Cucco, come riferisce il nobile signore di Costacciaro Pietro di Armanno de Guelfonibus, era stato compartito, con la stesura e la firma d’un apposito atto notarile, intorno al 1269, tra i membri della sua nobile signoria rurale, padrona di Costacciaro, ed il monastero di Sant’Andrea dell’Isola. Il Monte Cucco, verso le Marche (“Marchia”), confinava, invece, con le possessioni fondiarie dei Conti Atti del Castello di Sassoferrato. Una linea immaginaria, che congiungeva l’imbocco della valle di Pantanella (“Bocca Pantanelle”) al piano di Val Ràchena (“Planum Vallis Raycane”) divideva i due possedimenti: ad oriente, s’estendeva il territorio di giurisdizione del monastero di Isola, mentre, ad occidente, si sviluppava quello di pertinenza dei Guelfoni. Fu proprio sul territorio controllato dal monastero benedettino costacciarolo che gli Uomini di Costacciaro avanzarono giustificati diritti di uso, poiché sostenevano di avervi lavorato, per decenni, “sodos ed loca inculta”, cioè sodivi e luoghi incolti, e d’avervi ricavato, da gran tempo, vecchi ranchi (“rancora antiqua”). Taluni Uomini di Costacciaro sostenevano, inoltre, di aver ottenuto il possesso di quei terreni montani del Cucco dal “monasterium s. Poli de Valle Pontis”, vale a dire dall’antichissimo monastero celestino di San Paolo in Val di Ponte, un tempo sorgente presso Civitella Benazzone di Perugia, che possedeva proprietà anche nella Diocesi di Gubbio. Già da molti anni, gli uomini del Castello di Costacciaro, e delle sue ville, si erano, comunque, insediati, per scopi lavorativi (realizzazione di “rancora” e “laboritia”) in “fauce Sancti Donati”, cioè nell’attuale valle del Torrente Rio, dove, fra l’altro, insisteva il caprile (da cui il nome dell’attuale centro abitato) del Monastero di Sant’Andrea dell’Isola, in “Purina”, già Porrìno ed oggi Monte Le Gronde, e in “Plagia Frigulosa” (letteralmente “piaggia freddolosa”), oggi La Fravolosa. I bestiami di Sant’Andrea dell’Isola erano spesso mandati a pascere, specie nella brutta stagione, anche nell’attuale piana agricola di Pascolo (allora detta “Pasculum”), ed in quella di Villa Col de’ Canali (“Plano Collis Canalis”), entrambe di giurisdizione del monastero. La cacciata (“expulsio”) di pastori e greggi del monastero costacciarolo sarebbe, per la prima volta, avvenuta proprio “in Plano Collis Canalis”, e non già in montagna, al tempo del Podestà eugubino Andrea. Non conosciamo il verdetto del processo, ma appare oltremodo chiaro come questo dovette essere completamente favorevole agli Uomini Originari, visto che, da allora, essi non hanno mai più smesso di possedere, pacificamente, la montagna.

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Autore

Vincenzo Silvestrelli

Vincenzo Silvestrelli

Presidente di Eticamente. Ha lavorato presso ELIS e presso Banca dell'Umbria